Testa spaccata e ore d’attesa su una sedia: l’odissea di un uomo cardiopatico con anticoagulanti al pronto soccorso

uomo in attesa al pronto soccorso

Un uomo di 86 anni, cardiopatico e in terapia con anticoagulanti, cade all’indietro da un gradino alto, batte violentemente la testa e perde molto sangue. Viene soccorso da un’ambulanza e trasportato in codice di emergenza al pronto soccorso di Pescara. Da lì in poi, però, lo Stato scompare.

Nessuna barella. Nessun letto. Nessun medico che, almeno “al volo”, controlli una ferita alla testa su un paziente fragile, anziano, a rischio emorragia cerebrale. L’uomo viene parcheggiato su una sedia a rotelle e lasciato lì per ore. Per il sistema sanitario italiano non è una persona: è un numero, un codice azzurro. E i codici, si sa, possono aspettare. Anche se sanguinano.

L’attesa inizia alle quattro del pomeriggio. Passano le ore, arriva la sera, poi la notte. Quasi mezzanotte, poi l’una, le due. La Tac urgente, indispensabile per escludere un’emorragia intracranica, viene eseguita solo dopo le tre del mattino. Undici ore dopo una caduta violenta alla testa. Undici ore su una sedia, a 86 anni, senza certezze, senza spiegazioni, senza dignità.

Nel frattempo, la famiglia chiede informazioni. Riceve solo risposte evasive: “Ci vuole tempo”. Davanti a lui ci sarebbero altre 14 persone. Nessuno sa dire quanto ancora durerà l’attesa. Nessuno si assume la responsabilità di spiegare perché un anziano ferito alla testa, in terapia anticoagulante, non meriti nemmeno un letto.

L’uomo soffre. Deve urinare, ma si vergogna a disturbare. È educato, composto, “un signore”, come lo descrive la figlia nel post pubblicato sui social che sta facendo il giro del web. Un post che non è solo uno sfogo: è una denuncia.

La moglie resta accanto a lui per ore, senza potersene andare. La figlia, costretta ad allontanarsi temporaneamente per gestire le incombenze di casa, torna in ospedale trovando la situazione immutata. Nessun miglioramento, nessuna accelerazione, nessuna umanità.

La domanda che emerge è brutale: che cosa deve accadere perché un pronto soccorso intervenga con urgenza reale? Serve forse una tragedia consumata in sala d’attesa? Serve un morto per giustificare una Tac fatta in tempi decenti?

Questo non è un caso isolato. È l’effetto diretto di anni di tagli, disorganizzazione, carenza di personale e scelte politiche che hanno svuotato la sanità pubblica, lasciando i cittadini soli nel momento in cui hanno più bisogno. Gli anziani, i fragili, chi non urla, chi non fa scandalo, paga il prezzo più alto.

Quando poi accadono le tragedie, ci si affretta a parlare di fatalità, di protocolli rispettati, di carichi di lavoro. Ma nessun protocollo può giustificare undici ore di attesa su una sedia per un anziano con la testa spaccata.

Alle tre di notte passate l’uomo viene finalmente portato in Tac. Troppo tardi per cancellare una notte di sofferenza evitabile. Troppo tardi per restituire dignità a una persona trattata come un ingombro.

Questa non è solo una storia di malasanità. È una storia di abbandono istituzionale. E finché episodi come questo continueranno a essere archiviati come “criticità” o “disfunzioni”, chiunque potrebbe essere il prossimo a passare la notte su una sedia, aspettando di capire se vivrà o morirà.

FOTO PAGINA FB DI Loretta Marcucci

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *