La morte non ferma l’odio: il Far West dei social davanti a una tragedia

LUMINI FIORI tragedia di Crans - Montana

Di Augusto D’Ambrogio.
Siamo diventati così crudeli da non riuscire a fermarci nemmeno davanti alla morte. È la domanda che resta sospesa, amara, dopo quanto accaduto sui social all’indomani della tragedia di Crans – Montana, dove alcuni ragazzi giovanissimi hanno perso la vita tra le fiamme di una festa finita nel modo più drammatico possibile. Morti due volte: la prima nell’incendio, la seconda sotto una valanga di insulti, sarcasmo e sentenze feroci.
Basta scorrere i commenti per rendersi conto di quanto il dolore altrui sia diventato un pretesto per sfogare rancore e cattiveria. In quello che somiglia sempre più a un Far West digitale, senza regole e senza pietà, quei ragazzi sono stati trasformati in bersagli. Stupidi, deficienti, incoscienti, drogati: etichette sputate con leggerezza, come se un insulto potesse spiegare una morte o rendere chi lo scrive più lucido, più intelligente, più al sicuro.
E come se non bastasse, nel mirino sono finiti anche i genitori. Colpevoli, secondo alcuni commentatori, di aver cresciuto dei “dementi”. Un’accusa infame che non riporta in vita nessuno, non consola chi soffre e non eleva chi la pronuncia. Al contrario, racconta molto del degrado di un dibattito pubblico che ha perso il senso del limite e dell’umanità.
È bastato un video, pochi secondi degli ultimi istanti di vita di quei ragazzi, per scatenare il tribunale sommario dei social. C’era chi ballava, chi riprendeva con il cellulare invece di fuggire: comportamenti giudicati con il senno di poi, senza tener conto del panico, della confusione, della paura. Come se, davanti al pericolo, tutti reagissero allo stesso modo. Come se l’errore, vero o presunto, cancellasse il diritto al rispetto, persino da morti.
Sono morti dei ragazzi. Giovanissimi. Dovrebbe bastare questo. Dovrebbe bastare per fermare gli insulti, le sentenze, il sarcasmo. Dovrebbe ricordarci che stiamo parlando di esseri umani, non di personaggi da commentare dietro uno schermo. E invece no. La morte non arresta l’odio, anzi sembra alimentarlo.
Questo è il volto più inquietante dei social: uno sfogatoio collettivo dove il rancore diventa linguaggio quotidiano e il dolore altrui materiale da macello. Un luogo dove vige una sola legge, se così si può chiamare: nessuna legge, nessuna pietà. E la domanda resta lì, scomoda e necessaria: davvero non siamo più capaci di tacere, almeno davanti alla morte?

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