Infatti, Safina e Ataya non sono, come penseranno i più guardando la copertina, due persone ma sono da un lato il nome arabo per nave e dall’altro la parola wolof che indica il tè ma anche la complessa cerimonia per prepararlo che chiunque si è aggirato da quelle parti conosce benissimo e da cui è stato assolutamente affascinato. L’autrice, Alessia Belli, è una volontaria che si occupa un po’ di tutto nel lavoro di assistenza sulle varie navi quarantena che si sono succedute durante l’emergenza e su cui i migranti dovevano restare prima di seguire la trafila dell’arrivo vero e proprio in Italia, un’ulteriore e inaspettata dilazione dell’agognato arrivo nella Terra Promessa, come è per molti di loro il continente europeo. Nove mesi in una “nave quarantena”, un posto improbabile, sorto in tempi di Covid per ospitare migranti nel Mediterraneo. In questo “non luogo” Alessia Belli ha maturato un’esperienza importante da volontaria della Croce Rossa che è diventata poi l’argomento del suo libro “Safina e Ataya, nove mesi sul Mediterraneo a bordo delle navi quarantena”. Il libro è come un diario che dipinge tavolozze di umanità in cui l’autrice si è trovata, così come ci si trova in un microcosmo rarefatto dove mille storie si intrecciano e che Alessia racconta con molto trasporto, ironia, intensità e soprattutto un grande amore per questa grande varietà di esseri umani con cui ha avuto la fortuna di entrare in contatto. Perché in effetti Alessia Belli ci ricorda che avere la fortuna di aiutare chi è stato meno fortunato è un grande privilegio e un modo fantastico di passare la propria vita, di scoprire inaspettate umanità, nuovi mondi, diversi modi di fare le cose… E, se siamo aperti e ricettivi, questi incontri non possono far altro che arricchirci e spingerci nel nostro fare per il cambiamento, per un mondo giusto, dove le opportunità siano per tutti e di tutti. Il collettivo Ceccano2030 lancia gli Stati generali dell’integrazione perché una città deve essere un luogo di accoglienza e lievito di futuro per tutte e tutti, e Ceccano può diventare una città veramente inclusiva.
Collettivo Ceccano 2030
