La variante Delta nei Paesi a contagio zero

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La diffusione della variante Delta sta mettendo a dura prova le strategie di contenimento dei contagi di alcuni dei Paesi che erano riusciti a ridurre al minimo la circolazione del coronavirus SARS-CoV-2. Nazioni come il Giappone, che aveva puntato su un capillare sistema di tracciamento “a ritroso”, o come l’Australia, che con brevi lockdown mirati uniti a un rigido controllo dei confini aveva quasi del tutto eliminato le catene di trasmissione, saranno costretti forse a rivedere i propri piani, in vista di una futura convivenza forzata con il virus.

ISOLAMENTO. Australia, Giappone e Corea del Sud, insieme a Islanda e Nuova Zelanda, hanno scommesso tutto sulla strategia di eliminazione del virus o “strategia zero-covid”. Si tratta di piazzare un coperchio sul pentolone della pandemia per evitare che il virus possa circolare in modo diffuso: ci si riesce con screening di massa, un lavoro di tracciamento preciso e puntuale, la collaborazione della popolazione, le restrizioni sui viaggi in entrata e in uscita e – soprattutto – con lockdown rapidi, mirati e stringenti quando si rende necessario “ripulire” dalle infezioni. Anche l’isolamento geografico che contraddistingue almeno tre di questi Paesi, aiuta.

POCHI VACCINI. Ma con la diffusione di varianti molto più trasmissibili come la Delta, e campagne vaccinali che stentano a decollare, almeno i primi tre Paesi di questa cinquina rischiano di dover rivedere l’approccio alla pandemia. A fine giugno l’Australia aveva vaccinato appena il 6% della sua popolazione. Colpa di un problema di approvvigionamento: il Paese aveva riposto le speranze in 51 milioni di dosi di un vaccino dell’Università del Queensland, i cui trial sono però rimasti al palo (la risposta immunitaria provocata dava luogo a falsi positivi nei test per l’HIV). In Australia è inoltre molto alta l’esitazione vaccinale.

Il Giappone che si avvia a passo spedito verso le Olimpiadi ha vaccinato per ora soltanto il 13,8% della popolazione adulta: i casi stanno tornando a salire, dopo una quarta ondata contenuta lo scorso maggio. Anche qui è piuttosto diffusa la sfiducia nei vaccini, e altrettanto si può dire della Corea del Sud, a lungo Paese modello per i test anti-covid, che oggi vanta però appena il 10,4% di vaccinati.

POCHI ANTICORPI. Per funzionare, la strategia di eliminazione deve essere molto rapida e poter contare sull’adesione della popolazione, che però, a questo punto della pandemia, con molti vaccini efficaci già disponibili, inizia a venire meno. Per Graham Medley, scienziato della London School of Hygiene & Tropical Medicine, «i Paesi che hanno adottato questo approccio di eliminazione del virus si trovano davanti a una sfida diversa e significativa: di sicuro prima di riaprire vaccineranno a tappeto, ma quando riapriranno saranno nella stessa posizione del Regno Unito oggi, leggermente peggiorata dal fatto che non avranno sviluppato immunità all’infezione naturale. La Nuova Zelanda, per esempio, dovrà avere un’epidemia prima o poi, a meno che non voglia tenere i suoi confini chiusi per sempre».

L’ULTIMO SUSSULTO DEL VIRUS. Gli esperti la chiamano “exit wave“, ondata di uscita: consiste nell’accettare un minimo di diffusione dei contagi, considerando che la covid resterà tra di noi per molti anni e che l’alta trasmissibilità delle varianti rende improbabile raggiungere l’immunità di gregge solamente attraverso i vaccini. In una certa fase si dovrà mettere in conto un aumento dei casi non seguito da un significativo aumento di ricoveri e morti. Ma questo è possibile soltanto nei Paesi con un’alta percentuale di vaccinati.

Fonte Focus

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