Pieni poteri a Nicolás Maduro. Il Tribunale supremo di giustizia (Tsj) del Venezuela ha bocciato il voto espresso a larga maggioranza dalll’Assemblea nazionale che respingeva il decreto con cui il presidente dichiarava in tutto il paese lo “stato di eccezione e di emergenza economica”. Sostenuto anche sotto il profilo giuridico, il delfino di Hugo Chavez forza la mano ed esautora per l’ennesima volta le prerogative del Parlamento dominato dall’opposizione uscita vincitrice alle ultime elezioni. La decisione dell’alto organo istituzionale getta nuova benzina sul fuoco di una tensione che rischia di far precipitare il Venezuela in un inasprimento pericolosissimo delle tensioni sociali. Le forze di opposizione, raggruppate attorno alla Mesa de Unidad democratica (Mud), da settimane insistono sulla proclamazione di un referendum che punta a revocare il presidente. In soli due giorni hanno raccolto oltre due milioni di firme (ne erano necessarie 195.721, cioè l’1 per cento degli aventi diritto al voto) e si apprestano, così come prevede la Costituzione, a farne sottoscrivere altre 5 milioni entro la fine di giugno.La larga adesione ha sorpreso tutti. Ma è lo specchio di una realtà spaventosa. Le condizioni di vita, in Venezuela, sono gravissime. Mancano il cibo e i beni di prima necessità. La crisi idroelettrica ha imposto il taglio della distribuzione di energia, gli uffici pubblici lavorano solo due giorni a settimana. La popolazione è esasperata. Decine di migliaia di persone, anche tra i sostenitori della “rivoluzione bolivariana”, si sono riversati per strada e hanno sottoscritto la richiesta del referendum. Maduro ha gridato al golpe; ha accusato, come sempre, i nemici esterni (Usa in testa, ma anche la confinante Colombia); ha chiamato alla mobilitazione. Ha interrotto ogni dialogo con l’opposizione, ormai diventata maggioranza anche nel paese. Davanti ai saccheggi nei supermercati, alla gente costretta al buio in un paese che affonda nel petrolio, all’impennata di omicidi, il presidente ha proclamato lo stato d’emergenza.Non si tratta di una semplice dichiarazione. Il decreto gli consente di intervenire con l’esercito nelle piazze e nelle fabbriche che non riescono più a lavorare per la mancanza di materie prime. Il caso più eclatante è quello della Polar, la birra tradizionale venezuelana.La produzione è stata improvvisamente interrotta perché era finito il luppolo. Acquistarlo all’estero, come si faceva in passato, era diventato impossibile. Per i prezzi non più competitivi e per i controlli che lo Stato esercita sul cambio. Maduro si è infuriato e ha spedito i soldati nel sito più importante del paese. I dirigenti sono stati arrestati con l’accusa di boicottaggio. Ma la produzione non è più ripresa. Il baratro economico ha raggiunto una recessione del 180 per cento. Le previsioni del Fmi dicono che quest’anno arriverà al 700 per cento. La crisi idrica, aggravata dal fenomeno del Niño, ha fatto prosciugare l’invaso del Gurì, nello Stato del Venezuela: soddisfa il 60 per cento del fabbisogno elettrico. Il caldo del momento ha fatto il resto: la gente non ha rinunciato ai condizionatori d’aria, ai frigoriferi, ai ventilatori. Gli uffici erano bloccati, si lavorava solo poche ore a settimana, si restava molto più tempo a casa. Sono saltati gli impianti, ci sono stati continui black-out. Persino gli ospedali hanno dovuto fare i conti con le improvvise interruzioni di energia elettrica. Niente più interventi, macchinari che saltavano, temperature insopportabili. Senza contare la mancanza di ovatta, garze, siringhe, medicine essenziali e specifiche per gli ammalati cronici. Sono in molti, adesso, a temere un ricovero. Dei pazienti e degli infermieri raccontavano qualche giorno fa al New York Times: “Entri vivo ma esci morto”.Mercoledì scorso, l’opposizione ha proclamato una giornata di protesta. Non c’è stato molto seguito. Dominava la paura. Solo poche migliaia di persone sono scese per strada: hanno bloccato gli incroci, seguito comizi volanti, tentato piccoli cortei spontanei. Ci sono stati degli scontri con la polizia. Brevi e violenti. L’ordine era di evitare altre tensioni. L’iincubo dei 34 morti e degli oltre 200 feriti di due anni fa ancora aleggia tra i venezuelani. Basta poco per scatenare una rivolta. Molti leader della Mud sono in carcere. Le ripeture richieste di amnistia, anche a livello internazionale, sono state respinte. Henrique Capriles, uno dei pochi ancora a piede libero, proprio ieri spiegava a El Pais i rischi che corre il Venezuela in queste ore. “Non ho la sfera di cristallo”, diceva. “Non so cosa potrebbe accadere. Noi siamo favorevoli al confronto e al dialogo. Ma so che non si può governare con un decreto di emergenza. Quello che ci viene imposto è autoritarismo. Temo solo un colpo di Stato. Non certo da parte nostra dove non ci sono militari. Le forze armate sono divise. La truppa soffre per le conseguenze delle crisi economica. Il vertice è corrotto e gode dei privilegi concessi. Devono decidere da che parte stare: difendere il decreto di Maduro o la Costituzione”.Il Tribunale superiore della giustizia lo ha già fatto. Ha bocciato il voto contrario del Parlamento. “La misura approvata dal presidente”, motiva nella sua sentenza, “risponde alla necessità di proteggere il popolo e le istituzioni oggetto di minacce esterne e interne che portano a destabilizzare la vita e l’ordine sociale nel paese”.Nicolas Maduro ora si sente più forte. Alza il tiro degli attacchi e delle accuse. Contro i nemici che vede ovunque. E gli stessi vecchi sostenitori, come l’ex presidente dell’Uruguay, Jose “Pepe” Mujica, che due giorni fa lo aveva rimbrottato giudicandolo “matto come una capra”. “Sì è vero”, ha reagito poche ore dopo. “Sono matto come una capra perché sono matto di amore per il Venezuela, per la rivoluzione bolivariana, per Chaveze l’esempio che ci ha lasciato”. In queste ore 519 mila soldati partecipano a delle manovre militari. Esercitazioni per sondare le capacità di reazione. Davanti a invasioni esterne e sollevazioni interne. Paranoie di un presidente. Con più poteri ma senza più popolo.
Foto e fonte La Repubblica
