Davanti a un Parlamento europeo sempre più critico nei confronti dell’operato del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, l’Alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha preso la parola con un intervento che ha assunto i toni inusuali dello sfogo personale. Una risposta netta a una serie di sollecitazioni arrivate soprattutto dai banchi di socialisti e liberali, che chiedono una presa di posizione più incisiva da parte dell’Unione europea sulla crisi in corso a Gaza.
“Parlate come se io fossi l’unica responsabile di quello che succede a Gaza. Io non rappresento me stessa qui, io rappresento 27 Stati membri”, ha detto Kallas, evidenziando l’impasse istituzionale che limita il suo raggio d’azione. “Se spettasse a me decidere personalmente, io una decisione la prenderei, ma non lo posso fare perché serve l’unanimità sulle sanzioni”, ha aggiunto, rimarcando le difficoltà legate alla natura intergovernativa della politica estera dell’Unione.
Un’ammissione di impotenza che suona come un campanello d’allarme sulla coerenza e l’efficacia della diplomazia europea. “Se portassi la proposta al Consiglio forse mi sentirei meglio ma so che non passerebbe e mostrerebbe la nostra divisione”, ha dichiarato ancora la rappresentante estone, sottolineando quanto il rischio di spaccature interne condizioni l’azione comune.
Tutti gli occhi sono ora puntati sul prossimo Consiglio Affari Esteri dell’Ue, in programma il 23 giugno. In quell’occasione, Kallas presenterà le conclusioni su una possibile revisione dell’accordo di associazione Ue-Israele. Una decisione dal forte peso politico, che potrebbe rivelarsi il primo passo concreto verso un ripensamento dei rapporti tra Bruxelles e Tel Aviv.
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