Erano le 7 del mattino del 15 febbraio 1898 quando, al secondo piano del rione Stella, quella che oggi conosciamo come Sanità, in un palazzo appartenuto fino al Seicento al barone Stanislao Campagna, nacque Antonio de Curtis. Figlio illegittimo del principe Giuseppe de Curtis e della giovane Anna Clemente, fu registrato all’anagrafe con il cognome materno, e sarà riconosciuto come figlio dal principe soltanto nel 1941. Solo nel 1946, un anno dopo la morte del padre, il Tribunale di Napoli lo autorizzò a fregiarsi del nome e del titolo di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero. Per tutti resterà sempre Totò, il principe della risata, uno scugnizzo che amava fare il bagno negli scogli davanti a Mergellina e, adulto, mangiare davanti a Castel dell’Ovo, perché «aveva bisogno di vedere il mare». A raccontare il lato più intimo del nonno, attraverso i ricordi e i luoghi della sua Napoli, è Elena Anticoli de Curtis, terzogenita di Liliana de Curtis, unica figlia dell’attore, in occasione dell’uscita del libro A Napoli con Totò (edizioni Giulio Perrone) per i 120 anni dalla nascita. Un testo rivolto a tutti: ai potenziali turisti, agli amanti di Napoli, agli appassionati di cinema, a quanti nel Sud Italia riconoscono il valore del sacro e della tradizione popolare, viva ai tempi di Totò e oggi. Un viaggio mano nella mano con l’artista e l’uomo, nato da un’amicizia inaspettata con la giornalista Loretta Cavaricci, coautrice del testo, entrambe a caccia delle proprie radici. Il libro racconta dell’amore di Antonio de Curtis per la sua terra, il lavoro, gli ultimi, dei quali ha sempre preso le difese, Napoli materia prima della sua arte, teatro a cielo aperto di persone e storie. «Era in grado di trasformare la quotidianità in materia per la sua opera: iniziò nei vicoli raccogliendo i topi morti e facendo loro un funerale con carretti giocattolo e bare finte», racconta al Corriere della Sera la nipote. Amava il suo lavoro, ma non si dimenticò mai le sue origini: «Soffrì l’essere bistrattato dalla critica e non apprezzato per quello che era. Ricordava bene la miseria, quella che definì lo Chanel di tutta una vita». Si accontentava di compensi modesti pur di realizzare guadagni immediati, sostenendo che i soldi li preferiva «pochi, maledetti e subito». Si faceva pagare a forfait, e questo ha creato problemi nel riconoscimento dei diritti. «Ci sono giorni che me lo sento ancora addosso e allora mi riprende una paura e la smania di arraffare, arraffare contratti, buoni o cattivi, denaro, perché oggi mi vogliono, domani chi lo sa e io di una realismo così ne ho avuto a iosa», disse. Sono centinaia gli aneddoti che Elena conserva, appresi attraverso i racconti di sua madre, ma anche da libri, fotografie, documenti, oggetti, accessori e, naturalmente dal suo tesoro più grande, donato alla gente: la sua arte, i suoi film. Nata in Sudafrica, trasferita a Montecarlo a 9 anni, in Italia a 18 anni ha iniziato ad accostarsi alla figura del nonno, raccogliendo attraverso l’Associazione Antonio de Curtis-in arte Totò, l’eredità di un personaggio che ha segnato e continua a segnare l’immaginario dell’Italia da Nord a Sud: un attore, e un uomo, che ha saputo interpretare come pochi altri carattere e anima profonda degli italiani.«Non l’ho conosciuto direttamente, ma mi ha insegnato i valori della vita come la famiglia e il rispetto del prossimo, oltre che l’umiltà e il non giudicare dalle apparenze»,spiega timidamente. «È sempre stato presente nella mia vita, come tra gente che parla con le sue battute. Per me è un essere soprannaturale che guardo con rispetto e responsabilità, mi manca il suo bianco e nero. Un angelo custode sulle spalle». Il principe della spontaneità, continua, «andava verso il prossimo e a ognuno chiedeva se voleva favorire di quanto possedeva». Come il caffè sospeso. Un uomo semplice e spontaneo, spiritoso e rivoluzionario, che non aveva mai bisogno di alzare la voce, critico nei confronti di chi vessava i deboli, che aveva a cuore il destino dei più fragili, dei perdenti e degli sfortunati, dei quali spesso assumeva le «sembianze» nei film, mettendo alla berlina chi invece era dedito alla sopraffazione e alla prevaricazione. I caporali dei suoi film, coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Un napoletano a 360 gradi, che «oggi avrebbe cantato per le strade senza imbarazzo, capace di guardare la vita con altri occhi, sempre pronto a ricominciare, senza mai lasciarsi andare alla malinconia. Un uomo che sapeva pensare», ricorda ancora Elena, con le parole di una suora incontrata in un doposcuola del rione Sanità (sotto lo sguardo vigile di un ritratto del nonno, affisso al muro, ndr). La sua comicità pensante, la capacità di regalare una risata e di trovare una morale anche nelle situazioni ironiche lo hanno reso grande. «Quando tornava la sera si nascondeva all’interno del cappotto, dietro la schiena, un sacchetto di gianduiotti, creando una gobba».Un uomo religioso e riservato: pregava il suo santo, Antonio, e lo «ammoniva» per essere morto il giorno 13. «Una grande mancanza di rispetto», ironizzava, scaramantico. Aveva un attaccamento intimo e pagano alla religione, che Elena ha ritrovato in sua madre: «In casa nostra c’era un altarino con tutti i santi e se qualcosa andava storto, l’immagine de quadretti veniva voltata verso il muro, come un castigo, o messa nei cassetti». Ma con la fede sapeva anche scherzare: sembra che una delle ultime frasi prima di morire sia stata: «Lasciatemi in pace, fatemi morire», «Sto male, portatemi a Napoli», «Ricordatevi che sono cattolico, apostolico, napoletano». Morirà a Roma il 15 aprile del 1967 e verrà ricordato con tre funerali, a Roma e Napoli, e il terzo alla Sanità, in occasione del trigesimo. Il rione dove questo libro ci accompagna, tra vita privata e lavoro dell’artista, nei vicoli della sua infanzia, tra i volti della sua gente che non lo dimentica, nemmeno quando lascia Napoli per il militare a Pisa, e poi con la famiglia a Roma. La Sanità che resta il luogo per eccellenza, dove gioca bambino e adulto esercita lo spirito critico. Il rione dove, ogni volta che torna, vorrebbe «abbracciare tutti i napoletani, uno alla volta». E se non riesce fisicamente, lo fa lasciando buste di soldi sotto le porte delle loro case, i bassi. «Sono stato un bambino povero con la voglia inappagata degli agi che non potevo permettermi. Non so come, ma quel bambino è rimasto sempre dentro di me. Me lo porto per mano, come un piccolo amico invisibile, e mi diverto a regalargli ogni ben di Dio: vestiti eleganti, dolci, profumi e oggetti raffinati». Uno scugnizzo che diventa un adulto con il gusto classico dell’eleganza intramontabile.Un uomo che osservava il mondo con la lente della periferia e lo misurava con il criterio dell’umanità. A renderlo immortale – spiega la nipote – sono proprio «umanità, umiltà, rispetto», come ben ci raccontano le immagini della Banda degli onesti (1956). Chi di noi negli anni Cinquanta non si sarebbe fatto accarezzare dal sogno dell’illecito? Chi di noi, oggi, non sognerebbe di poter stampare centinaia di banconote per arricchirsi? «Nessuno, nemmeno il più onesto, è immune dalla tentazione di arricchirsi illecitamente. Eppure la sua coscienza onesta alla fine ha vinto su tutto». Un uomo che, ricorda ancora la nipote, amava godersi le cose semplici, senza una ricerca spasmodica della felicità, ed era spaventato dal progresso che avanzava. Come disse a Oriana Fallaci in una famosa intervista a L’Europeo (1963): «Sono un misantropo, un timido, pensi che quando entro in un ristorante abbasso gli occhi perché mi vergogno che la gente mi guardi, e non ho mai amato rivelare chi sono… Io odio i capi come le dittature, le botte, la malacreanza, la sciatteria nel vestire, la villania nel parlare e mangiare, la mancanza di puntualità, la mancanza di disciplina, l’adulazione, i ringraziamenti». Confidò di sentirsi non un artista, ma «un venditore di chiacchiere». «Un falegname vale più di noi artisti: almeno fabbrica un tavolino che rimane nei secoli. Ma noi, dica, che facciamo? Quanto duriamo? Al massimo, se abbiamo molto successo, una generazione».Non avrebbe immaginato, forse, di diventare patrimonio lessicale dei napoletani, trasformando frasi semplici in massime di vita, giocando con le parole che nella sua bocca si ricreavano, ridando loro il significato originale: «Lei mi spoglia. Spogliatoio!» e «Non casco morto… se non per la fame». O ancora quando in Totò e le donne (1952), guardando in camera, rivolge un appello agli spettatori del film esortandoli a «soffittizzarsi» per sfuggire all’attenzione delle mogli. Cosa ha lasciato, oggi, al capoluogo partenopeo? Totò è Napoli e Napoli è Totò, ha detto il premio Oscar, Dante Ferretti, intervistato nel libro, che con de Curtis ha lavorato come giovane scenografo. «Sono tutt’uno. Anche se l’opera di Totò ha varcato i confini regionali, ha rappresentato l’uomo e le sue meschinità, ha “denunciato” i caporali d’Italia, ha usato la lingua italiana più del dialetto. Ma ha sempre portato scritto, al tempio stesso, nella voce, nei gesti e nell’ironia, il carattere napoletano, con la sua generosità, il suo spontaneo e fulmineo pensiero, e con la capacità di cantare la malinconia quanto la gioia. E questa anche è Napoli», conclude Cavaricci, definendolo un «rivoluzionario nell’indole, multiplo nell’arte, sognatore nell’animo».
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