È morto il 23 maggio a Parigi Sebastião Salgado, uno dei più grandi fotografi del nostro tempo. Aveva 81 anni. Con la sua macchina fotografica ha raccontato il mondo degli ultimi, della natura minacciata, delle ingiustizie globali. Sempre in bianco e nero, sempre con uno sguardo che scavava nell’anima.
Sebastião Salgado non voleva essere un fotografo. O almeno, non era questo che sognavano per lui i suoi genitori: un futuro da economista, magari in qualche grande istituzione internazionale. Ma la vita, a volte, si lascia sedurre dalla luce. E così è stato per lui.
Nato nel 1944 ad Aimorés, Brasile, Salgado ha abbandonato la statistica per la fotografia in seguito a un viaggio in Africa che gli ha cambiato la vita. Da quel momento ha iniziato a raccontare il mondo attraverso l’obiettivo, scegliendo di dare voce a chi non ce l’ha: minatori, contadini, migranti, popoli indigeni. La sua opera è un’enciclopedia visiva dell’umanità dimenticata.
Scomparso a Parigi, dove viveva con la moglie Lélia Wanick Salgado, compagna di vita e di progetti, Salgado lascia un’eredità titanica fatta di immagini, ma anche di impegno civile e ambientale. Dopo aver contratto una forma di malaria nel 2010 in Indonesia, le conseguenze della malattia hanno segnato gli ultimi anni della sua vita.
Il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, lo ha ricordato con parole toccanti: «Il suo dissenso verso un mondo disuguale e il suo ostinato talento nel ritrarre la realtà degli oppressi sono stati un monito per la coscienza dell’umanità intera».
Con progetti iconici come Workers, Genesis, Sahel e Terra, Salgado ha raccontato più di 120 paesi e ricevuto i più prestigiosi premi fotografici. Ma non era solo un osservatore. Era anche un attivista: con l’Instituto Terra, da lui fondato, ha riforestato oltre 600 ettari di area atlantica brasiliana, trasformando una ferita in speranza.
Negli ultimi anni, con la mostra “Ghiacciai”, aveva puntato l’obiettivo sulle nevi perenni minacciate dal cambiamento climatico, lanciando l’ennesimo appello silenzioso ma potente all’umanità.
«La fotografia è la mia vita», diceva. Oggi che non c’è più, resta la sua visione: uno sguardo profondo, compassionevole, sempre in ascolto. Un occhio che amava la natura. E che non chiuderemo mai del tutto.
