Salute, che cosa succede se ci si ammala dopo i vaccini?

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Si parla spesso dell’efficacia dei vaccini nel proteggere dalle forme sintomatiche di covid, molto meno di altre loro fondamentali garanzie: la prima è quella di evitare i ricoveri ospedalieri – tutti i vaccini in circolazione sono completamente efficaci contro ospedalizzazioni e decessi. La seconda è la protezione che i vaccini offrono nel caso in cui ci si ammali comunque dopo aver completato il ciclo vaccinale. Un’eventualità rara ma non impossibile, perché il sistema immunitario non funziona per tutti allo stesso modo, e perché nessun vaccino fornisce una copertura del 100%.

PROTETTI ANCHE NEL CASO PEGGIORE. Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine esplora proprio questi benefici secondari dei vaccini a mRNA. E lo fa concentrandosi su un gruppo di persone particolarmente a rischio di contagio perché spesso a contatto con pazienti covid: i lavoratori del settore sanitario. In base all’analisi coordinata da Mark G. Thompson, dei CDC di Atlanta (USA), nel caso ci si ammali comunque dopo i vaccini di Pfizer e Moderna, lo si fa con una carica virale ridotta, con un rischio più che dimezzato di avere la febbre e con la prospettiva di una più rapida guarigione.

TAMPONI POSITIVI. Il team ha coinvolto 3.975 persone, in gran parte lavoratori essenziali del contesto sanitario. Dal 14 dicembre 2020 al 10 aprile 2021 i partecipanti si sono sottoposti a tamponi settimanali per la ricerca del SARS-CoV-2. Il virus è stato individuato in 204 persone, cinque delle quali completamente vaccinate (oltre 14 giorni dopo la seconda dose), 11 parzialmente vaccinate (più di 14 giorni dalla prima dose o meno di 14 giorni dalla seconda dose), e 156 non vaccinate. Le 32 persone con uno status vaccinale incerto sono state escluse dallo studio.

MENO CONTAGIOSI E MENO GRAVI. I vaccini hanno confermato, anche nel mondo reale e su soggetti molto esposti, un’efficacia del 91% dopo due dosi, e dell’81% dopo una. Nei vaccinati che hanno contratto comunque l’infezione, la carica virale (ossia il numero di copie di RNA del virus presenti in un millilitro di materiale biologico) era inferiore del 40% rispetto a quella rilevata nei non vaccinati: un’ottima notizia, perché questo valore è indicativo della probabilità dei positivi di diffondere il patogeno a loro volta. Nei vaccinati contagiati, il rischio di sintomi febbrili era inferiore del 58% rispetto a chi non aveva ricevuto i vaccini. E la durata della malattia è stata più breve, con 2,3 giorni in meno spesi a letto.

Come spiega su Twitter lo scienziato Eric Topol, lo studio è importante perché è la più ampia valutazione disponibile sulle infezioni “breakthrough” (quelle che accadono nei vaccinati). Innanzitutto, la frequenza di queste infezioni è molto bassa, e anche quando si verificano, procurano molti meno sintomi e durano meno. E tutto ciò riguarda persone altamente esposte al virus: in contesti più sicuri, dovrebbe andare ancora meglio.

fonte focus.it – foto archivio

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