DI AUGUSTO D’AMBROGIO.
C’è una parola che torna spesso sulle labbra di Papa Francesco: “vicinanza”. Vicinanza a Dio, ma soprattutto all’uomo. È lì che il suo magistero prende forma: non come dottrina da memorizzare, ma come parola che si fa carne, gesto, presenza. È un magistero che non si accontenta di parlare: vuole toccare, camminare, farsi ferita e guarigione.
In Francesco ogni parola ha il sapore dell’evangelo vissuto. I suoi discorsi sono intrecciati di storie, di sguardi, di periferie. Parla ai cuori, non per conquistarli, ma per accoglierli. E nella sua voce si avverte l’eco di un Dio che non impone, ma supplica amore. È un cantico incarnato: perché ogni appello alla pace, ogni invito alla tenerezza, ogni monito contro l’indifferenza nasce da una contemplazione della vita così com’è — fragile, spezzata, luminosa.
La “Chiesa in uscita” non è uno slogan, ma il respiro profondo del suo pontificato. È la logica dell’Incarnazione che si rinnova: Dio che non resta nel cielo, ma si china, si sporca le mani, abita le strade. Così fa anche il Papa: non parla “da sopra”, ma “da dentro”. Da dentro la storia, da dentro le ferite, da dentro le domande.
Seguire il magistero di Francesco non significa solo ascoltare ciò che dice, ma lasciarsi interpellare dal modo in cui lo dice: con misericordia, con concretezza, con amore radicale per ogni persona.
