Palermo, 3 settembre 1982: l’omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa e le ombre che resistono

Carlo Alberto dalla Chiesa
Di Augusto D’Ambrogio .

“Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Così recitava il cartello comparso in via Carini a Palermo, sul luogo in cui, il 3 settembre di 43 anni fa, venne assassinato il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente della scorta Domenico Russo. Un messaggio anonimo, ma capace di restituire il senso di smarrimento e di sfiducia che avvolse la città in quell’estate del 1982, quando la potenza mafiosa sembrava incontrastabile e lo Stato appariva assente.

Pochi mesi prima, il 30 aprile, Cosa Nostra aveva colpito Pio La Torre, segretario regionale del PCI, e il suo autista Rosario Di Salvo. Solo dopo la strage di via Carini arrivò l’approvazione della legge Rognoni-La Torre, con l’introduzione dell’articolo 416 bis del codice penale che definisce l’associazione mafiosa. Un provvedimento storico, frutto di sacrifici che costarono vite eccellenti.

Dalla Chiesa, generale dei carabinieri protagonista della lotta al terrorismo — a lui si deve la legge sui collaboratori di giustizia — fu nominato prefetto di Palermo proprio il giorno dell’omicidio di La Torre. Gli vennero promessi poteri straordinari per fronteggiare Cosa Nostra, ma di fatto rimase isolato: chiese uomini e mezzi, non gli furono concessi. Dopo appena cento giorni, la mafia ne decretò la morte. Ai funerali, una folla esasperata contestò duramente la classe politica, risparmiando soltanto il presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

Nel 2002 la Corte d’Assise condannò all’ergastolo gli esecutori materiali Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia, mentre Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci furono condannati a 14 anni. La stessa sentenza lasciava intravedere ombre e responsabilità non chiarite: «Persistono ampie zone d’ombra — scrissero i giudici — concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale».

A quarantatré anni di distanza, il sacrificio di Carlo Alberto dalla Chiesa continua a rappresentare una ferita aperta nella storia della Repubblica e un monito sul prezzo pagato da chi ha scelto di non piegarsi alla mafia.

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