Alla fine la sentenza «già scritta» è uscita: il Tas, il tribunale dello sport, ha accolto la richiesta della Iaaf è ha squalificato il marciatore azzurro Alex Schwazer per otto anni. In pratica una condanna a morte per un caso di doping dai contorni più che dubbi. Così Schwarzer dice addio non solo alle Olimpiadi di Rio che aveva rincorso con caparbietà, ma anche e soprattutto a quello che resta della sua carriera. Il tutto nell’indifferenza del suo Paese che di provare a prendere le sue difese non ha nemmeno provato. Un episodio, quello del marciatore azzurro che si fa chiedere: quand’è che lo sport smette di essere sport? Allenamenti massacranti fin dalla tenera età, premi in denaro e contratti con gli sponsor, pressioni da parte di opinione pubblica, famiglia, persino governi (Renzi che mette «ansia» alla Fiamingo è uno scherzo rispetto a Russia e Cina che bramano gli ori dei loro atleti fino a sfinirli). Di fronte a questa lotta al primato lo spirito della sana competizione lascia lo spazio al più classico dei mors tua vita mea. E c’è qualcuno che, più debole, più umano, più «paraculo» di altri, si dopa. La giustificazione in questi casi non esiste: punizioni esemplari, eque e per tutti. Poi però, per un atleta pizzicato con gli ormoni fuori posto, la gogna non finisce mai. Sparire dal mondo dello sport sarebbe semplice, tornare alle gare dopo aver saldato il proprio debito non conviene. Chi torna a competere non avrà mai alcuna riabilitazione. Verrà sempre guardato con sospetto, dovrà fare una gara a perdere, ché se vince magari lo avrà fatto col trucchetto. Sarà sempre solo, ma se ne fregherà. Perché è di fronte alla solitudine che si misura la tenacia dei sentimenti. Così alcuni preferiscono optare per la scelta scomoda, quella di vincere la battaglia con l’uomo nello specchio.Alle Olimpiadi di Rio, però, la seconda chance non la meritano. Non la merita Julija Efimova, nuotatrice russa riammessa ai Giochi dopo il ricorso al Tas per il caso Meldonium. Già bronzo a Londra, in Brasile ha vinto l’argento nei 100 rana, ma uscita dall’acqua ha trovato solo una bordata di fischi. Non la merita Sun Yang, argento nei 400 stile libero, che secondo il francese Lacourt, quinto nei 100 dorso farebbe la «pipì viola» e per chi l’ha preceduto, l’australiano Horton, «non merita rispetto». Tolta la regola di Osaka, la radiazione a vita non è prevista in automatico per squalifiche superiori ai 6 mesi. Chi sbaglia, paga. Poi però il rispetto lo deve meritare, eccome. L’unico che sembra dover ricevere solo schiaffi è Alex Schwazer, in marcia imperterrito per le strade di Rio come dovesse attraversare tutto il Purgatorio dantesco. A piedi. E da ieri sera il Purgatorio è diventato inferno.
Fonte Liberoquotidiano.it
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