Di Augusto D’Ambrogio.
La luna di miele tra la destra ciociara e l’assessore regionale Giancarlo Righini (Fratelli d’Italia) è finita. E non nel silenzio ovattato delle incomprensioni private, ma nel fragore di una rottura che lascia macerie politiche e istituzionali. Nessuno, per ora, ha la forza o il coraggio di affacciarsi dal balcone di Palazzo Venezia per dichiarare apertamente guerra. Ma tutti, ormai, si stanno armando. L’obiettivo è chiaro: combattere, vincere e respingere quello che viene vissuto come un vero e proprio tentativo di “invasione” dai Castelli Romani.
Righini, nelle ricostruzioni che circolano sempre più insistentemente negli ambienti politici locali, si muoverebbe come un elefante in una cristalleria. Entra, decide, impone. Senza bussare, senza condividere, senza riconoscere ruoli politici e istituzionali consolidati. Piazza i “suoi”, non quelli del partito. E prova persino a vestire di “nero” chi, per storia e militanza, è sempre stato “rosso”.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: gli equilibri politici della provincia di Frosinone sono saltati. Le incomprensioni si sono trasformate in fratture, il malumore in reazione organizzata. È scattato un vero e proprio fuoco di sbarramento, al momento concentrato su chi starebbe tentando di imporre soluzioni per la Presidenza della Provincia, stracciando accordi politici che guardavano invece verso la Città dei Papi.
Il metodo, più ancora delle scelte, è ciò che ha fatto esplodere il caso. Decisioni assunte senza alcun passaggio nei coordinamenti locali di Fratelli d’Italia, né tantomeno in quello provinciale. Come se non esistessero, come se non contassero nulla. Così arrivano le nomine: il revisore dei conti al Consorzio di Bonifica di Cassino, il commissario alla Comunità montana di Atina, e le manovre per gratificare chi ambisce alla presidenza di Lazio Crea, dopo un passaggio all’Ater. E questi, assicurano i detrattori, sono solo alcuni esempi. “Ce ne sono sessantamila”, si sussurra con sarcasmo.
In questo clima, circola anche una frase attribuita a una donna romana che conta, poco incline a tollerare la presenza – costante e visibile – di giovani e avvenenti rappresentanti ciociare: un lapidario “E mo’ basta” che fotografa bene il nervosismo crescente.
Paradossalmente, proprio la pressione esterna ha prodotto un effetto inatteso: i ciociari fanno pace. Si parlano di nuovo, ricuciono, decidono di combattere insieme. Non per strategia, ma per necessità. Perché lasciare ulteriore spazio a Righini significherebbe, nei fatti, rinunciare a tutelare il territorio e a contare qualcosa nei processi decisionali.
La sintesi, brutale ma efficace, circola ormai senza troppi filtri nei corridoi della politica locale: meglio un ciociaro debole che un romano prepotente. Una frase che segna la fine delle ambiguità e l’inizio di una nuova fase. Tutta da giocare.
La luna di miele è finita: la destra ciociara contro Righini
