Di AUGUSTO D’AMBROGIO – È un presidente Francesco Rocca fiducioso e rivendicativo quello apparso ieri sulle colonne de Il Messaggero, dove ha tracciato un bilancio a tinte ottimistiche dei primi due anni del suo mandato alla guida della Regione Lazio. Dai pronto soccorso alle liste d’attesa, fino al rapporto con il Campidoglio, Rocca parla di “miglioramento costante”, di “grande cambiamento in atto” e di un sistema sanitario pubblico che sta lentamente tornando attrattivo dopo anni di disillusione.
Eppure, sotto la superficie del racconto istituzionale, restano interrogativi aperti, discontinuità evidenti e un senso di incompiutezza che merita attenzione. Il punto non è se qualcosa stia cambiando, ma per chi e a quale costo.
Pronto soccorso: 200mila accessi in più non sono un merito
Rocca apre il suo intervento parlando dell’aumento di 200mila accessi ai pronto soccorso come segnale di fiducia riconquistata. Ma è lecito domandarsi se questo incremento sia davvero un indicatore positivo. Aumentare il carico su un sistema già sotto stress – per stessa ammissione del presidente – non dovrebbe essere motivo di vanto, quanto semmai allarme. Se i cittadini continuano a riversarsi negli ospedali invece di rivolgersi alla medicina territoriale, ciò evidenzia piuttosto il fallimento strutturale delle reti locali e delle Case della Comunità, troppo lente a decollare nonostante le risorse del PNRR.
Rocca denuncia una mancata programmazione quindicennale, ma elude un punto centrale: il suo governo è entrato in carica con l’urgenza nota e gli strumenti disponibili. Dov’è il piano straordinario per la medicina territoriale che prometteva nei primi cento giorni?
Liste d’attesa: migliorie numeriche ma realtà ancora lontana
Dal 70% al 96% di prestazioni critiche erogate nei tempi di legge: sulla carta un progresso importante. Ma nella pratica, il 4% mancante rappresenta 100mila persone che attendono cure. Il dato è usato da Rocca per dimostrare un “ultimo miglio” faticoso da percorrere, ma la narrazione sembra voler anestetizzare la realtà con numeri aggregati, senza raccontare le disparità tra territori e specializzazioni.
Soprattutto, il ritorno dei cittadini dal privato al pubblico – descritto come effetto secondario positivo – nasconde un’amara verità: la fiducia nella sanità pubblica resta fragile, e molti continuano a pagare di tasca propria per accorciare i tempi, specie nei casi non urgenti.
Contratti e stipendi: la medicina d’emergenza resta il capro espiatorio
Rocca ammette un “problema vocazionale” nella medicina d’urgenza e propone di allargare gli incentivi economici anche ad altre specializzazioni. Tuttavia, siamo ancora una volta di fronte a una risposta parziale: aumentare i contratti è un correttivo necessario, ma non risolve le cause profonde dell’esodo dei medici dal sistema pubblico, fatto di turni massacranti, carenza di tutele e crescente burnout.
Sul nodo salariale, poi, manca ancora un disegno strutturale. Senza una riforma del contratto nazionale, senza un investimento concreto nella sicurezza sul lavoro, i fondi straordinari rischiano di diventare solo cerotti temporanei su una ferita cronica.
Dialogo con Gualtieri: equilibrio instabile tra Regione e Capitale
Nelle dichiarazioni finali, Rocca definisce il rapporto con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri “costruttivo”, ma ammette anche “differenze di vedute” gestite dietro le quinte. Una comunicazione apparentemente matura, ma che cela l’assenza di una regia condivisa su temi strategici come il trasporto, la sanità territoriale e l’edilizia pubblica.
Il rischio è che questa diplomazia istituzionale si traduca in paralisi decisionale: una Capitale e una Regione che si parlano ma non si coordinano, mentre i cittadini aspettano interventi rapidi e sinergici.
Un cambiamento promesso, ma ancora frammentato
Il presidente Rocca auspica che “a fine mandato la gente percepisca il grande cambiamento”. Ma la percezione dei cittadini non si misura con le percentuali. Si misura con l’attesa in barella, con la telefonata a vuoto al CUP, con la difficoltà di prenotare una risonanza o di trovare un medico di base.
Il cambiamento, per ora, resta più una narrativa politica che una realtà tangibile. Serve più coraggio nelle riforme, più trasparenza sui fallimenti, e meno autocompiacimento nei numeri. Il Lazio ha bisogno di risposte concrete, non solo di dichiarazioni rassicuranti.
