Dalla Strage di Via d’Amelio alla politica: la memoria selettiva della destra italiana

paolo borsellino

Di Augusto D’Ambrogio – Di recente, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato di essersi avvicinata alla politica in seguito alla strage di Via d’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Una frase che, se da un lato si inserisce nel racconto personale della leader di Fratelli d’Italia, dall’altroDi Augusto solleva interrogativi importanti sulla coerenza storica e politica di tale affermazione, soprattutto alla luce dei rapporti opachi tra ambienti dell’estrema destra e i contesti di eversione e criminalità che hanno segnato proprio quegli anni.

La strage di Via d’Amelio: un trauma nazionale

Il 19 luglio 1992, a pochi mesi dalla strage di Capaci in cui fu assassinato Giovanni Falcone, un’autobomba uccise Paolo Borsellino e cinque agenti della Polizia di Stato: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. L’attentato rappresentò il culmine della stagione stragista mafiosa, nella quale Cosa Nostra colpì frontalmente lo Stato, nel tentativo di forzarne la mano su leggi, carcerazioni e trattative.

Mafia, apparati deviati e destra eversiva

Ma l’esplosivo impiegato in via d’Amelio, come in altri attentati mafiosi dell’epoca, racconta una storia più complessa di una guerra tra mafia e Stato. Diversi filoni investigativi, tra cui quelli dell’inchiesta sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, hanno evidenziato come la stagione delle stragi sia stata attraversata da presenze oscure: uomini dei servizi segreti, soggetti legati a Gladio, e figure provenienti dalla destra eversiva.

Non mancano tracce inquietanti: nomi vicini all’eversione nera sono emersi nei dossier sulla “Falange Armata”, nella gestione deviata delle indagini e nei legami tra ambienti neofascisti e strutture criminali. Alcuni esponenti dell’estrema destra extraparlamentare – poi confluiti in ambienti politici oggi pienamente istituzionali – hanno avuto frequentazioni che andrebbero approfondite più che rimosse.

Una rimozione costruita

La destra italiana ha attraversato negli ultimi trent’anni un percorso di normalizzazione. Dall’MSI ad Alleanza Nazionale, fino all’attuale Fratelli d’Italia, il discorso pubblico si è progressivamente spostato su narrazioni che esaltano legalità, patriottismo e ordine. Tuttavia, questo processo ha spesso evitato una vera autocritica sulle ambiguità del passato. Le commemorazioni ufficiali di Falcone e Borsellino diventano, in questo contesto, simboli utilizzati per costruire legittimità, ma raramente accompagnati da un confronto con le zone d’ombra della propria tradizione politica.

È legittimo che ogni cittadino, anche un leader politico, tragga ispirazione da figure come Borsellino. Ma quando a farlo è chi proviene da una cultura politica in cui sono esistite – e in parte sopravvivono – ambiguità nei confronti dello Stato democratico e della legalità repubblicana, il rischio è che la memoria diventi selettiva. Ricordare le stragi non può prescindere dall’interrogarsi su tutte le connivenze, i silenzi e le complicità che le hanno rese possibili.

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