Crisi Iran-USA: il silenzio italiano e il dilemma delle basi militari

meloni telefono

Nessuna richiesta formale da Washington. Ma a Palazzo Chigi si teme una chiamata che potrebbe mettere in crisi il governo.

Un silenzio pesante. Nessuna richiesta ufficiale dagli Stati Uniti. Nessuna telefonata, nessuna nota diplomatica, nessun canale attivato. Da Palazzo Chigi trapela una linea tanto chiara quanto prudente: “Meglio così. Speriamo che non arrivi.”

Perché se Donald Trump dovesse chiedere l’uso delle basi militari italiane per un’operazione contro l’Iran, il governo Meloni si troverebbe costretto a coinvolgere il Parlamento. E lì, spiegano fonti interne, “si aprirebbe una crepa difficile da gestire”.

Il timore è concreto. Un voto sull’appoggio logistico a una nuova azione militare americana rischierebbe di destabilizzare la maggioranza: mettere in difficoltà Forza Italia, accendere spinte sovraniste nella Lega, e offrire all’opposizione un’occasione politica per attaccare l’esecutivo con l’accusa di “servilismo atlantico” e “doppio standard”.

Dietro le quinte, il clima è teso. “Non possiamo permetterci una guerra americana, né politicamente né militarmente,” ammette a mezza voce una figura vicina alla premier. “Sarebbe un suicidio. Meglio restare fuori. Meglio che Trump guardi altrove.”

Ufficialmente, il ministro degli Esteri Antonio Tajani minimizza: “Nessuna richiesta.” Anche dalla Difesa si mantiene la linea del silenzio. Eppure, il nome di Sigonella – snodo strategico delle operazioni NATO nel Mediterraneo – è tornato a circolare nei briefing riservati.

Secondo indiscrezioni, Palazzo Chigi avrebbe già fatto filtrare a Washington un messaggio chiaro: l’Italia oggi non è pronta a reggere uno scontro di questa portata, né sul piano operativo, né su quello politico.

Per il momento, tutto tace. Ma basterebbe una telefonata per cambiare lo scenario. E far tremare gli equilibri di governo.

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