Un linfoma intestinale che non c’era, diagnosticato erroneamente come in fase terminale. La paziente, dopo un errore medico che l’ha portata a sottoporsi a pesanti trattamenti chemioterapici, ha visto la sua condizione peggiorare a causa di cure inutili. La Corte d’Appello di Firenze ha stabilito che l’azienda ospedaliera universitaria coinvolta dovrà risarcirla con circa 500 mila euro, comprensivi delle spese legali.
La vicenda risale al 2006, quando la donna, dopo una visita presso l’ospedale di Volterra, è stata ricoverata e sottoposta a una serie di trattamenti per un linfoma intestinale che, come si scoprirà poi, non esisteva. In seguito alla diagnosi erronea, la paziente ha iniziato un lungo ciclo di chemioterapia, oltre a terapia cortisonica e steroidea, da gennaio 2007 a maggio 2011.
Nel maggio 2011, una biopsia ossea eseguita in un altro ospedale ha escluso definitivamente la presenza del linfoma intestinale. La paziente ha così scoperto l’errore e, nel frattempo, ha dovuto affrontare le conseguenze delle terapie inutili, che le avevano causato gravi effetti collaterali. Tra le patologie derivanti dalla chemioterapia, la donna ha sofferto di alterazioni ormonali, osteoporosi con fratture, stati depressivi e ansiosi, oltre a malattie rare come la spasmofilia e la sindrome di Tietze, che hanno richiesto ulteriori trattamenti.
Dopo una lunga battaglia legale, la corte d’Appello fiorentina ha aumentato l’importo del risarcimento, che inizialmente era stato fissato a 300 mila euro in primo grado. I giudici hanno deciso che l’importo dovesse essere portato a circa 500 mila euro, riconoscendo il danno emotivo e psicologico subito dalla paziente nel vivere per anni nel timore di avere un tumore terminale. La sentenza sottolinea infatti che l’angoscia e la sofferenza derivante dalla diagnosi errata giustificano un risarcimento maggiore, considerando che la donna ha trascorso cinque anni della sua vita nel terrore di una malattia mortale.
La somma stabilita include anche gli interessi.
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