Centrodestra, il silenzio che scricchiola: la frattura tra la Meloni e l’eredità berlusconiana

marina berlusconi e meloni

C’è un silenzio strano, nel centrodestra.
Un silenzio pieno di scricchiolii, come se qualcosa, sotto la superficie, stesse cedendo lentamente. È il rumore dei vecchi legami che si spezzano, dei rami secchi d’un albero che non dà più ombra. Da una parte c’è Giorgia Meloni, sempre più a suo agio nella postura da leader sovranista, fedele a Donald Trump e diffidente verso Bruxelles. Dall’altra i berlusconiani della prima ora, quelli che faticano a riconoscersi in una destra che parla di patria ma dimentica il portafoglio, che invoca la libertà ma adora il controllo.
Il distacco non si misura nei proclami, ma nei gesti.
Marina Berlusconi, in un recente intervento, ha lanciato un messaggio chiaro: le Big Tech vanno messe sullo stesso piano delle imprese italiane, perché oggi operano in regime di concorrenza sleale e con un vantaggio fiscale evidente. Una posizione netta, “patriottica” nel senso economico del termine.
E la premier? Silenzio. O meglio, prudenza: quella necessaria a non irritare Washington, dove il vento trumpiano torna a soffiare e le carezze politiche valgono più di uno scontro con le multinazionali americane. Così le big tech continuano indisturbate a drenare profitti dal mercato italiano, mentre la retorica sovranista si limita a slogan e inchini geopolitici a stelle e strisce.
Il parricidio fiscale
Un altro segnale arriva dalle politiche economiche. Silvio Berlusconi definiva l’IRAP una “tassa rapina”, simbolo dell’oppressione fiscale e bersaglio costante delle sue battaglie liberali.
Oggi, la stessa imposta — sotto un governo che si proclama erede del suo pensiero — è stata aumentata per banche e assicurazioni. Una scelta che ha spiazzato Forza Italia e messo in imbarazzo Antonio Tajani, costretto a giustificare l’incoerenza di una maggioranza che prometteva tagli ma consegna aumenti. Non è solo una manovra economica: è un parricidio politico.
Europa, l’altra faglia
Berlusconi, pur tra mille contraddizioni, rimaneva europeista convinto. Sognava un’Europa più efficiente, anche a costo di abolire il diritto di veto per consentire decisioni rapide e condivise.
Giorgia Meloni, invece, ha scelto la via opposta: bloccare ogni passo avanti verso l’integrazione, per non scontentare Viktor Orbán e gli alleati del fronte sovranista. Una postura che indebolisce l’Italia, rendendola più spettatrice che protagonista nei tavoli decisionali di Bruxelles.
La destra che si divide
Oggi la frattura è evidente. Da una parte c’è la nostalgia per un centrodestra liberale, produttivo, europeista e atlantico ma non subalterno. Dall’altra la nuova destra meloniana — identitaria, barricadera, diffidente verso l’Europa e affascinata dal modello americano del trumpismo.
In mezzo, Antonio Tajani, costretto ogni giorno a tenere insieme due mondi che non parlano più la stessa lingua, con il tono garbato ma stanco di chi tenta di spiegare l’inspiegabile.
Se Silvio Berlusconi potesse osservare oggi questa scena dal suo pantheon mediatico, probabilmente sorriderebbe amaro. La destra che voleva moderna, liberale e occidentale si è trasformata in un monumento al rancore e alla propaganda.

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