Di Augusto D’Ambrogio.
Da decenni la gestione dei rifiuti nel Lazio è terreno di scontro politico e territoriale. E, ancora una volta, la provincia di Frosinone si ritrova al centro del dibattito, percepita da molti cittadini come il “retro” della Capitale, un territorio sul quale Roma scarica le proprie inefficienze.
Un sentimento che riaffiora con forza ogni volta che emergono ipotesi di nuovi trasferimenti di rifiuti o di ampliamento dei siti esistenti.
Negli anni, la Ciociaria ha già ospitato più di quanto potesse sostenere: da via Le Lame a Frosinone, passando per Colfelice e San Vittore. Oggi torna la preoccupazione dopo l’ipotesi del trasferimento dei materiali stoccati a via Le Lame verso la cava della Bagnara, a Monte San Giovanni Campano. Una possibilità che ha lasciato basiti molti amministratori locali e ha alimentato ulteriormente la tensione tra i territori.
La Capitale e la “questione rifiuti” mai risolta
Il nodo sta tutto nell’enorme divario tra Roma e il resto della regione. Nelle province del Lazio meridionale, il ciclo dei rifiuti è ormai da anni strutturato: la raccolta differenziata viaggia a una media del 70%, con punte superiori al 90% nella Valle dei Santi.
Risultati che certificano una gestione complessivamente efficiente e un sistema che, pur con criticità, ha raggiunto una maturità operativa.
La Capitale, invece, continua a scontare un problema strutturale: il ciclo dei rifiuti non è completo e la raccolta differenziata si ferma attorno al 40%. Il restante 60% dell’indifferenziato – quello di cui Roma non riesce a occuparsi – cerca casa altrove. E troppo spesso, negli anni, quella “casa” è stata la Ciociaria.
Territori in conflitto, mentre il Lazio Sud chiede unità
A complicare il quadro c’è una dinamica politica che molti amministratori locali denunciano da tempo: una sorta di competizione indotta tra territori limitrofi, tra Ciociaria e Pontino, tra frusinati e comuni del circondario.
Una strategia che qualcuno definisce “divide et impera”, dove le comunità del Lazio meridionale, invece di agire in maniera compatta, si ritrovano contrapposte mentre la Capitale continua ad accentrare risorse, posti letto, infrastrutture e decisioni.
La critica alla classe politica locale
Sul banco degli imputati finisce anche una parte della classe politica del territorio, accusata da comitati e osservatori locali di non opporsi con sufficiente decisione alle scelte romane. Un atteggiamento definito da molti come “remissivo”, o comunque più orientato alla tutela di equilibri politici che alla difesa delle comunità locali.
Un malessere che cresce
Il malcontento, dunque, non riguarda solo la gestione dei rifiuti ma un sentimento più profondo: la percezione di un Lazio a due velocità, in cui la parte meridionale continua a pagare il prezzo di decisioni prese altrove. E dove la questione dei rifiuti diventa simbolo di un disequilibrio più ampio.
Se e come l’amministrazione regionale affronterà il nodo resta da capire. Ma una cosa è chiara: nel Lazio sud cresce la convinzione che sia arrivato il momento di dire basta. Non solo alla “monnezza”, come l’hanno definita molti cittadini, ma anche a un modello di gestione politica e territoriale che la comunità locale ritiene ormai insostenibile.
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