Bruxelles trema, Roma si defila: la resa sui dazi che spacca l’Europa

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Nel cuore dell’estate, tra il caldo delle capitali e il gelo diplomatico tra Bruxelles e Washington, salta — o rischia di saltare — l’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea sui dazi. Un’intesa provvisoria, mai davvero condivisa, che ha finito per svelare tutta la fragilità di un’Europa divisa, confusa, e ormai incapace di parlare con una sola voce.
L’accordo prevede l’applicazione di dazi del 15% su una serie di beni europei. Una concessione voluta da Ursula von der Leyen per scongiurare ritorsioni più pesanti da parte dell’amministrazione Trump. Ma a quale prezzo? L’intesa è considerata penalizzante da più fronti: Macron e Orbán, spesso su posizioni opposte, condividono per una volta lo sdegno. In Germania, le imprese protestano, l’Spd minaccia la crisi di governo e l’AfD cresce nei sondaggi. Lo stesso cancelliere Merz — del partito della von der Leyen — si limita a dire che “poteva andare peggio”, mentre la rabbia industriale monta.
A Roma, il governo Meloni si muove con cautela. Ufficialmente si mostra sereno, ma dietro le quinte la tensione è evidente. Salvini attacca Von Der Leyen senza mai nominare Trump, cercando di trasformare la polemica in un attacco al Green Deal europeo. Forza Italia, con Tajani, resta impantanata: consapevole della gravità dell’accordo per l’industria italiana, ma priva del coraggio politico per denunciarlo apertamente.
Anche l’opposizione alza la voce. La segretaria del Pd, Elly Schlein, parla di “resa a Trump” e accusa apertamente i governi nazionalisti — incluso quello italiano — di aver spalancato le porte a un’intesa senza reciprocità, con danni profondi per il tessuto economico europeo.

Il problema non è solo l’accordo. È l’Europa.

Nel frattempo, cresce l’ombra sul futuro politico della stessa von der Leyen. Ma la verità è che non c’è un’alternativa concreta: Weber è inviso alla sinistra, Draghi troppo ingombrante per molti governi. E soprattutto, le elezioni europee si sono appena concluse: non si può andare al voto. Risultato? Von der Leyen rischia di restare, ma delegittimata. Il Parlamento potrebbe bocciare l’accordo, mentre il Consiglio valuterebbe un commissariamento di fatto.
Lo scenario che si delinea è quello di una crisi sistemica dell’Unione. Il vero rischio non è solo la guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma il ritorno alle trattative bilaterali: ogni Stato per sé, ognuno pronto a negoziare da solo con Washington. Un colpo mortale all’idea stessa di un’Europa unita.

In tutto questo, Roma — come spesso accade — non guida, non frena, ma galleggia. Tentenna. La premier cerca equilibrio tra fedeltà atlantica, pressioni interne e sondaggi che iniziano a farsi minacciosi. E mentre Bruxelles trema, a Roma si aspetta, si osserva. Si spera che qualcosa cambi. Ma il tempo, questa volta, rischia di essere finito.

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