DI D’AMBROGIO AUGUSTO – L’Italia ha parlato o meglio, ha scelto il silenzio. Il referendum dell’8 e 9 giugno 2025, che chiamava i cittadini a esprimersi su temi cruciali come la sicurezza sul lavoro, i contratti a termine, il reintegro per i licenziamenti illegittimi e la cittadinanza agli stranieri nati in Italia, si è trasformato in un colossale fallimento della partecipazione democratica.
Con un’affluenza ferma al 30,5%, ben lontana dal quorum del 50% + 1 necessario per la validità dei quesiti, la consultazione popolare è ufficialmente nulla. Ma il dato numerico è solo la superficie di un problema ben più profondo: quello di un governo che ha deliberatamente soffocato la democrazia diretta.
Un flop cercato (e voluto)
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si è limitata a ignorare il referendum. Ha fatto di più: ha chiamato apertamente all’astensione, invitando i cittadini a “non prestarsi a un’operazione ideologica della sinistra”. Una posizione irresponsabile per chi guida il Paese, e che ha trasformato una consultazione costituzionalmente garantita in un campo di battaglia politico, giocato sulla pelle dei cittadini.
La premier si è anche recata al seggio, ma senza ritirare le schede referendarie, un gesto simbolico che, nei fatti, ha contribuito a boicottare il quorum. Un comportamento che può essere letto come una legittima scelta politica, certo, ma che stride con il ruolo istituzionale di garanzia e rappresentanza democratica che la sua carica impone.
La disinformazione come strategia
A questo si è aggiunta una mancanza quasi totale di informazione istituzionale. Nessuna vera campagna informativa, pochissima visibilità sui media pubblici – con l’AGCOM che ha richiamato la Rai per lo squilibrio nella copertura. I cittadini sono stati lasciati soli, in balia di slogan e polemiche, privati degli strumenti per comprendere a fondo il contenuto dei quesiti.
La confusione ha regnato sovrana: pochi sapevano esattamente di cosa si trattasse, e ancora meno erano nelle condizioni di votare in modo consapevole. Una strategia dell’ignoranza che ha favorito solo chi puntava a svuotare le urne.
Un voto che parlava di diritti
I referendum, promossi dalla CGIL, non riguardavano temi marginali. Si parlava di sicurezza sul lavoro, precarietà, giustizia sociale e diritti civili. Questioni che toccano la vita quotidiana di milioni di italiani. Eppure, il dibattito pubblico è stato pressoché nullo, oscurato da una propaganda governativa incentrata su tutt’altri temi.
Eppure, tra i pochi che hanno votato, i risultati sono stati inequivocabili: oltre l’87% di “Sì” per i quesiti sul lavoro, e oltre il 62% di “Sì” per la cittadinanza. Segno che, laddove l’informazione è arrivata, la risposta è stata chiara. Ma non è bastato.
Una deriva plebiscitaria
Il caso del referendum 2025 è solo l’ultimo episodio di una tendenza preoccupante del governo Meloni: lo svuotamento degli spazi di partecipazione, l’uso politico delle istituzioni e l’indebolimento degli strumenti di confronto democratico. Le parole della premier – che ha definito il referendum “uno strumento della sinistra per attaccare il governo” – rappresentano una pericolosa delegittimazione di un diritto sancito dalla Costituzione.
Invece di favorire il confronto, Meloni ha scelto la strada della delegittimazione dell’avversario e della semplificazione populista. Un approccio che allontana sempre più cittadini dalla politica, contribuendo a un astensionismo che rischia di diventare strutturale.
Le responsabilità dell’opposizione
Va detto con onestà: anche l’opposizione ha le sue colpe. Il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e le altre forze progressiste non sono riuscite a costruire una campagna referendaria incisiva, capillare, capace di bucare il muro mediatico. Il messaggio è arrivato tardi, debole, frammentato. E così la battaglia per i diritti si è arenata nell’indifferenza.
Conclusione: democrazia in coma vigile
Il referendum 2025 ci lascia una fotografia inquietante: quella di un Paese dove il governo lavora per svuotare gli strumenti di partecipazione, invece che rafforzarli. Dove il presidente del Consiglio invita a non votare. Dove i cittadini vengono disinformati, non coinvolti. Dove chi prova a proporre soluzioni sociali viene etichettato come “ideologico”.
La vera sconfitta non è solo dei promotori dei referendum. La vera sconfitta è della democrazia stessa, relegata a rituale vuoto, ridotta a terreno di scontro e non di costruzione collettiva. Il rischio è che, continuando su questa strada, la voce dei cittadini smetta di contare anche quando parla forte. O peggio, smetta del tutto di farsi sentire.
