Il segno di Papa Francesco: povertà, grandezza e un sorriso eterno

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Di Augusto D’ Ambrogio.

Con la sua Pasqua celebrata ancora una volta accanto all’umanità, Papa Francesco ci ha lasciato un sorriso. Uno di quei sorrisi che, in più di dodici anni di pontificato, il mondo ha imparato a riconoscere: semplice, autentico, disarmante. È il segno di un pastore che ha scelto la povertà come linguaggio e la misericordia come stile.

“Estamos en camino”, ripeteva spesso. Siamo in cammino. E nel cammino, diceva, diventiamo ciò verso cui andiamo. Ora quel cammino si è compiuto. Francesco, vescovo di Roma, è entrato nell’eternità di Dio. Un Dio che lui ha costantemente ricordato essere Padre di tutti, nessuno escluso.

Nel suo ultimo messaggio “Urbi et Orbi”, pronunciato la domenica di Pasqua, ha lasciato parole che oggi suonano come un testamento spirituale: un invito alla vita che non conosce tramonto, alla pace definitiva, in cui “non si udranno più fragori di armi né echi di morte”. Un messaggio forte, ancora una volta rivolto al cuore delle periferie del mondo.

“Miserando atque eligendo”, il motto episcopale che scelse da cardinale, racconta bene la sua vocazione: guardato con misericordia, scelto con amore. E con misericordia ha guardato il mondo, dal primo giorno della sua elezione fino all’ultimo.

Ora lo immaginiamo così: sorridente, sereno, mentre si avvicina all’incontro con il Signore della vita. Ad accompagnarlo, forse, i ricordi delle tante periferie visitate, degli abbracci ricevuti, delle lacrime condivise. Più di un pontefice, Francesco è stato una presenza. Un uomo che ha segnato un’epoca.

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