DI AUGUSTO D’AMBROGIO – Il recente risultato referendario che ha visto oltre 13 milioni di cittadini esprimersi con un “Sì” su temi di rilevanza sociale segna un momento di cesura nella narrazione dominante proposta dal governo Meloni. Una cifra che, come sottolineato dall’Alleanza Verdi-Sinistra, supera di gran lunga i voti ottenuti dal partito della presidente del Consiglio alle elezioni del 2022. È solo una provocazione comunicativa? Forse. Ma è anche un indicatore del malcontento che si allarga nel Paese reale, sotto la superficie della propaganda governativa.
Giorgia Meloni ha costruito la propria ascesa su un’identità forte e su un racconto polarizzante: una leader “del popolo”, contro le élite, a difesa della nazione. Tuttavia, l’azione di governo finora non ha saputo tradurre questa narrazione in risultati concreti. La promessa di una “nuova stagione” per l’Italia si sta scontrando con le difficoltà strutturali del Paese e con una classe dirigente che appare più attenta alla gestione del consenso che alla risoluzione dei problemi.
Una retorica che non basta più
Dal taglio del reddito di cittadinanza, che ha lasciato migliaia di famiglie senza un sostegno concreto, fino alla riforma fiscale disegnata su misura per le fasce più alte di reddito, il governo ha adottato politiche che colpiscono i più vulnerabili, senza ridurre le diseguaglianze. Il piano sul PNRR procede a rilento, con fondi non ancora pienamente utilizzati e una burocrazia paralizzante.
Nel frattempo, l’inflazione continua a erodere i salari e la precarietà resta una piaga strutturale, soprattutto tra i giovani. Eppure, la priorità politica sembra essere il contrasto ideologico ai migranti, la repressione delle ONG o la crociata contro il “politicamente corretto”, anziché l’emergenza abitativa, il caro vita o l’emorragia di capitale umano.
Diritti civili sotto attacco
Sul piano dei diritti civili, l’arretramento è netto. Dalle famiglie arcobaleno al diritto all’autodeterminazione delle donne, il governo ha impresso una direzione chiaramente regressiva. La cultura, la scuola e la comunicazione pubblica vengono progressivamente normalizzate in senso ideologico, con l’uso delle istituzioni come strumenti di battaglia politica e simbolica.
Non è un caso che le iniziative parlamentari più discusse siano quelle su aborto, gender, ONG e “valori tradizionali”. Il governo sembra temere la complessità della società contemporanea, rifugiandosi in una retorica di “ordine e identità” che funziona sui social, ma non regge al confronto con la realtà quotidiana.
Una politica estera contraddittoria
Anche sul piano internazionale, la postura di Meloni oscilla tra fedeltà cieca agli Stati Uniti e velleità di autonomia strategica. In Europa, l’Italia appare isolata e poco influente. Le alleanze sovraniste promesse in campagna elettorale si sono dimostrate fragili, mentre la credibilità del nostro Paese è stata spesso messa in discussione da gaffe diplomatiche e posizioni ambigue su dossier chiave.
L’alternativa possibile
Il messaggio dell’opposizione, racchiuso nel claim “Un’alternativa alla destra c’è già e presto sarà al governo”, è ancora tutto da verificare sul piano della coesione politica e della proposta programmatica. Tuttavia, il dato politico è chiaro: il consenso di Meloni non è più un fiume in piena. La luna di miele con l’elettorato mostra crepe evidenti.
Non bastano gli slogan a governare un Paese in crisi strutturale. E l’Italia, oggi, sembra chiedere proprio questo: meno slogan, più realtà.
