Amatrice – Dieci anni dopo il sisma: commemorare non basta più

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Sono trascorsi dieci anni dal terremoto del 24 agosto 2016, ma per molti territori e per troppe famiglie il tempo sembra essersi fermato a quella notte. Dieci anni dopo le 3.36, l’ora in cui la terra tremò nel Centro Italia provocando 299 vittime, la ferita resta aperta e la ricostruzione continua a procedere con una lentezza che non può più essere considerata normale.
Ad Amatrice, Accumoli e negli altri comuni colpiti, la memoria delle vittime torna inevitabilmente a intrecciarsi con una domanda sempre più difficile da eludere: quanto bisognerà ancora aspettare per tornare davvero alla normalità?
Il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, ha lanciato un messaggio netto: «Chi aspetta lo ha fatto già abbastanza». Parole che fotografano il sentimento di comunità che, dopo un decennio, chiede fatti concreti e non soltanto commemorazioni.
Il problema non riguarda esclusivamente la ricostruzione degli edifici. Significa ricostruire paesi, servizi, relazioni sociali, attività economiche e prospettive per chi ha scelto di restare. Significa impedire che borghi già duramente colpiti dal sisma vengano svuotati definitivamente.
A dieci anni di distanza, dunque, il bilancio non può limitarsi al ricordo. Le 299 vittime meritano rispetto e memoria, ma anche chi è sopravvissuto merita una risposta: case, servizi, infrastrutture e comunità devono tornare a vivere.
La ricostruzione non è una promessa da rinnovare ogni anniversario. È un dovere da portare a termine. E dopo dieci anni, la pazienza di chi aspetta non può essere considerata infinita.

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