Torino – Al cimitero monumentale don Alessandro indossa la mascherina e i pochissimi congiunti sono a distanza di sicurezza. Il covid-19 ha stravolto l’ultimo saluto. Sono spariti gli abbracci, le carezze, i baci sulle guance di chi rimane. Sono sparite soprattutto le mani da stringere per rendere un po’ meno insopportabile il dolore. Oggi chi piange, piange in solitudine, distante almeno un metro dagli altri parenti. Il coronavirus non ha chiuso i cimiteri perché i morti continuano a morire, e questa è l’unica legge ancora vigente. Ha però stravolto le nostre vite e i nostri lutti. Non si celebrano più i funerali, sono state sospese le camere ardenti, le messe, i commiati. Una veloce preghiera e una benedizione, a questo si riduce l’ultimo saluto. Nell’emergenza sanitaria che colpisce il mondo si muore ancora più soli e chi rimane non ha nessuna spalla a cui aggrapparsi.Don Alessandro, il prete del cimitero monumentale di Torino, da giorni partecipa a ciò che resta della cerimonia funebre indossando una mascherina, così come quasi tutte le poche persone presenti nel piazzale di corso Novara. All’ingresso del luogo di sepoltura, ognuno, senza bisogno di sentirselo ripetere, si dispone a distanza di sicurezza dagli altri, intorno alla macchina che trasporta il feretro, le mani in segno di preghiera, per un eterno riposo a bassa voce, in tono minore. Si consuma tutto in fretta. Le imprese di onoranze funebri hanno il compito di consigliare ai parenti dei defunti di non far partecipare alle esequie troppa gente, e tutti rispettano le regole. Il rischio di contagio si evita abolendo di fatto i minuti di raccoglimento, le condoglianze, la possibilità di rimanere uniti nel ricordo e nel dolore. I cortei funebri di queste settimane si sono trasformate in sofferenti e solitarie camminate dall’ingresso del cimitero al forno crematorio, il cui accesso è consentito a una persona soltanto, che rimane il meno possibile all’interno della stanza dove un tempo c’era un pianista che suonava e le persone si riunivano per sentirsi più vicine.La paura della pandemia in corso ha cancellato ogni altra cosa, anche il cordoglio. Sono sparite le lacrime, come se non ce ne fosse il tempo e lo spazio, come se ci fosse fretta di chiudersi nelle case. Nemmeno la morte di chi abbiamo amato concede una deroga. I funerali erano anche il luogo in cui sorridere della persona che ci aveva lasciati, augurarle di riposare in pace, sono diventati nuda e cruda sepoltura, e non c’è bisogno di essere cristiani per provare un ulteriore nodo in gola a dover rimanere chiusi nella propria sofferenza, le mani in tasca, la mascherina sulla bocca, il pianto liberatorio che non vuole arrivare. Ed è vero, come non si stanca di ripetere don Alessandro che il ricordo dei nostri cari non abita nelle chiese ma nei nostri cuori però, come dice una vedova nel viale verso l’uscita: «È stato brutto lasciarlo così, da solo in una stanza. Proprio lui che amava avere sempre gente intorno. Speriamo che mi perdoni».Qualcuno prova a consolarla dicendole che suo marito non è lì dentro, è nella vita che hanno vissuto insieme, nei quarantanove anni di matrimonio, nel loro primo incontro sul tram numero 13, in loro figlio e nei loro nipoti, nel suo amore per il calcio e per il Toro, nel bene che gli volevano tutti quelli che lo conoscevano, negli ultimi giorni che hanno trascorso insieme in ospedale quando lei e suo figlio erano rimasti le uniche persone autorizzate ad andarlo a trovare e a stringergli la mano. «Questo non è il funerale di papà», dice suo figlio. «Alberto si merita molto di più, quando sarà tutto finito organizzeremo una grande festa in cui inviteremo tutti i suoi amici, e rideremo tutti insieme come voleva lui e finalmente ci potremo abbracciare».
foto e fonte corriere.it
Funerali senza abbracci e carezze: «Speriamo che papà ci perdoni»
