Gli Spiritual Bat sono la creatura di Dario Passamonti e Rosetta Garrì. Un progetto musicale che con il passare del tempo è divenuto una band di culto, capace di calcare i palchi di Italia, Europa e di intraprendere diversi tour negli Stati Uniti. Nella loro ormai quasi trentennale carriera, i pipistrelli hanno avuto l’onore di suonare in festival di rilievo della scena alternativa e gotica, uno su tutti il wave gotik treffen di Lipsia, davanti a migliaia di fan. Abbiamo avuto il piacere di intervistare la cantante della band, Rosetta, nonché compositrice dei testi e programmazione della batteria per quanto riguarda gli album in studio. E’ stata lei a dare l’avvio alla seconda vita degli Spiritual Bat, con il suo ingresso in formazione nel 2005. Ci ha accolto nel mondo a tinte fosche della band, e fatto conoscere i retroscena che si celano dietro gli Spiritual Bat.
Rosetta ci troviamo in un periodo molto particolare delle nostre esistenze, come state vivendo questo momento?
Detto questo, dobbiamo dare speranza e continuare a vivere, nei limiti del possibile. Lo diciamo noi che siamo una band e che viviamo per i concerti, per il contatto con il pubblico che non vorremmo mai vedere un concerto cancellato. La musica comunque può essere di compagnia e farci sentire meno isolati. Come la lettura, l’arte in generale. Speriamo che questa sia un’esperienza dalla quale imparare, imparare quali sono le cose essenziali, le cose superflue. Che questa esperienza ci rimetta in contatto con la nostra parte più spirituale, più empatica, più buona.Sembra strano continuare a parlare di musica in questo momento. Siamo tutti preoccupati per questo virus. Abbiamo un’emergenza in corso. Cogliamo l’occasione per invitare chi ancora sottovaluti la situazione a informarsi e seguire attentamente le regole per evitare il contagio e contribuire alla sicurezza dei propri cari e al bene di tutti. Dobbiamo capire che questo virus è troppo veloce perché gli ospedali possano prendersi cura di tutti i casi critici che scaturiranno. Cerchiamo di avere senso civico, di aiutare i più vulnerabili e indifesi, comportandoci responsabilmente. Rimaniamo in casa, evitiamo il contatto e gli affollamenti. Usciamo solo se necessario.
In che anno vi siete formati, come e da chi è nata l’idea di formare la band?
Questo progetto ha avuto due vite, quella attuale e una “incarnazione” precedente, di cui il nome era Spiritual Bats, al plurale. Quel progetto era nato nel 1992 da Dario Passamonti e Matteo Bracaglia e ha avuto varie formazioni, fino all’ultima, in cui ero entrata come batterista. La seconda incarnazione risale più o meno al 2005. Si era sciolto il gruppo ed eravamo rimasti io e Dario così abbiamo continuato da soli, realizzando prima un demo strumentale, che poi è diventato Through The Shadows, in cui sono passata alla voce.
Di cosa parlano i vostri testi?
Difficile a dirsi. Non c’è un brano che narri una sola storia, che tratti di un solo tema. Ogni canzone può scaturire o contenere immagini o sensazioni provenienti non solo da diverse esperienze, ma addirittura da diversi periodi. In ogni brano cerco di cogliere un’essenza, piuttosto che narrare una storia, un unico aneddoto. I testi provengono da appunti sparsi, o da ispirazioni nate nel momento in cui ascolto la chitarra di Dario. Il tema che unifica tutto forse, si potrebbe rintracciare nel bisogno di intravedere un percorso spirituale – attenzione, non religioso – che trascenda dal materialismo e dal consumismo che caratterizzano la nostra società.
Vi si possono trovare anche riferimenti socio/politici?
Facile dire che siamo apolitici, che siamo artisti, al di sopra delle cose materiali. Ma politica è, o dovrebbe essere ciò che ci permette di vivere insieme agli altri. Il problema è che se pensiamo che a volte si litiga nell’ambito di una famiglia, figuriamoci cosa significhi trovare un compromesso per far convivere milioni di persone. Detto ciò, chi di noi non è condizionato dalla politica? Come si fa ad essere indifferenti alla politica, la quale influisce sulla salute, sulla qualità di vita nostra, dei nostri cari? Io personalmente sono sensibile a scelte che vengano fatte dai leader politici e che condizioneranno la vita quotidiana della gente comune, che ne sia consapevole o meno, vedi sanità pubblica o privata, per esempio. Di conseguenza, questo potrebbe influire sui miei testi. Anzi, sicuramente.
Parlaci del Vostro primo live (con te alla voce). Quali sono i ricordi legati a quell’evento e dove si è svolto il concerto?
Era il 27 settembre del 2008, eravamo all’Organ Music Club di Frosinone ed è stata un’emozione grandissima, per tanti motivi. Perché eravamo solo in due, con brani completamente nostri e nel frattempo Dario aveva imparato a suonare anche il basso e la tastiera ed io a programmare la batteria. Cantavo in pubblico per la prima volta da quando studiavo canto lirico all’università. Un’emozione immensa perché fino a quel momento eravamo stati sempre molto riservati e riluttanti nei confronti dei live. Il motivo principale che ci ha spinto finalmente a “uscire allo scoperto”, ad esibirci dal vivo, l’evento scatenante che ci ha fatto trovare la forza e il coraggio era stato la scomparsa del nostro amico, fratello e fonico Claudio Mura.
Potete vantarvi di aver intrapreso diversi tour in giro per l’Europa e gli Stati Uniti, ce ne puoi parlare?
Il primo fu di poche date. Prendemmo un aereo per arrivare da una costa all’altra. Gli altri tour furono chilometri e chilometri di auto con minimo 20 date, fino a una trentina. Un’esperienza unica, il viaggio nel mondo fisico ma anche quello interiore, sin da prima della partenza, dalla preparazione, e fino a dopo, al ritorno alla normalità. Parlo dei tour americani, perché quelli europei sono sempre stati brevi, di due o tre date al massimo. Un altro tipo di esperienza.
Quali sono le differenze tra i concerti in Italia e quelli all’estero? Voi quali preferite, c’è un diverso approccio da parte vostra e del pubblico?
A dire il vero no, non abbiamo preferenze. Il concerto può essere organizzato più o meno bene, le attrezzature possono essere ottime o mediocri, il pubblico può essere più o meno numeroso o caloroso, a noi ora piace suonare il più possibile. Quasi sempre per noi è un’esperienza positiva. Ogni volta se riusciamo a coinvolgere qualcuno è una conquista, e ogni volta sicuramente scopriamo nuove cose su noi stessi, sul soundcheck e sulle persone. Il contatto umano con il pubblico, con le persone, anche individualmente dopo aver suonato, è una delle cose che ci arricchisce maggiormente e ci da energia.
Cosa volete esprimere con la vostra musica?
Bella domanda… ma forse, se sapessimo esprimerlo diversamente non avremmo bisogno di farlo attraverso la musica!
Avete mai pensato di trasformare questo progetto in un lavoro a tempo pieno?
La musica dovrebbe essere un lavoro a tempo pieno, richiede studio, lavoro, pratica, richiede ore e ore al giorno di impegno. Ci piacerebbe, ma questo è un sogno che non abbiamo mai preso in considerazione di poter realizzare, tuttavia abbiamo già realizzato il sogno dei tour! Il che sembrava assolutamente impossibile, per due persone riservate come noi, che non siamo nati animali da palcoscenico. L’arte deve rimanere spirituale, in questo mondo rimane fra le poche cose. Siamo sicuri che riusciremmo a mantenerla tale, che riusciremmo a mantenere un equilibrio? E anche volendo proporla, così come è, a livelli più ampi, ci vorrebbero investimenti che non possiamo permetterci per farla arrivare a un pubblico più vasto… Perché lo sai, molto dipende da quanto denaro puoi investire per arrivare. Ci sono band ben più conosciute e più attive di noi, ci risulta che anche loro svolgano altri lavori per mantenersi… Certo, ci piacerebbe, ma la realtà è che umilmente continuiamo a cercare un equilibrio fra le cose.
Parliamo dell’imminente futuro della band, state lavorando a qualche album o esibizione?
Stiamo lavorando a un nuovo album, un album che riflette le nostre ansie e le nostre speranze in relazione all’epoca che stiamo vivendo. Alcuni brani li abbiamo inaugurati nell’ultimo concerto, al Satyricon di Alatri. Stanno collaborando con noi Emilio Torella, il nostro bassista da un po’ di tempo, che contribuisce anche agli arrangiamenti di tastiere, e Greg Scott Cruz dagli Stati Uniti, con altre tastiere. Noi non programmiamo a tavolino il contenuto di un album. È piuttosto spontaneo il modo in cui si sviluppa.
Come nascono le canzoni degli Spiritual Bat?
Nascono dalla chitarra di Dario, a volte dal basso. A volte addirittura sono già strutturate. A volte invece nascono da improvvisazioni o jam tra noi due. Non c’è un unico modo. Io poi scrivo la parte di batteria e aggiungo la voce. A volte troviamo una struttura insieme man mano che aggiungiamo le mie parti. E poi si aggiungono le collaborazioni.
Quale è il pubblico di riferimento?
Per noi chiunque abbia voglia di ascoltare qualcosa che viene direttamente da noi, dal nostro profondo, senza troppo pensare ai trend o ai generi. Infatti le nostre radici sono il deathrock americano o il gothic rock inglese, ma ognuno di noi ha anche influenze ben diverse, tipo i Pink Floyd e i Joy Division per Dario, o la musica classica, etnica e il jazz per me.
S.M.
