Aniello De Luca, 47 anni, operaio residente nel Bresciano, si è calato in un silo di mangimi per pulirlo ma non ne è mai uscito: il suo corpo è stato dilaniato dalle lame. Giovanni Racca, artigiano di 59 anni, precipitato dal tetto di un capannone che stava riparando a Settimo Torinese. Il 45enne Giuseppe Scarano morto travolto da un camion in un cantiere autostradale sull’A3, all’altezza del casello di Portici (Napoli). Sono solo gli ultimi casi. Perché in Italia di lavoro si continua a morire: da gennaio a agosto sono 752 le vittime, una media di tre al giorno. In otto mesi è come se ci fossero stati più di cento roghi alla Thyssenkrupp: una tragica Spoon River relegata alle cronache locali. E, per la prima volta dal 2006, c’è stata un’inversione di tendenza: le morti “bianche” sono in aumento. A certificarlo sono i dati Inail. Nel 2014, tra gennaio e agosto, si contavano 652 vittime. Nel 2015 si registrano 100 casi in più. Storie di uomini e donne che usciti per andare a lavoro non hanno mai fatto ritorno a casa.
«100 morti in più sono un dato inquietante che va in contro-tendenza con l’ultimo decennio», commenta Franco Bettoni presidente dell’Anmil, l’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro che da oltre 70 anni tutela le vittime e i familiari. Un incremento percentuale del 15,3% che è ancora difficile da spiegare. «Le leggi ci sono ma questi dati fanno pensare che la sicurezza non rappresenti ancora una priorità per l’economia di un Paese come il nostro, che sta uscendo a fatica dalla crisi e non sempre vede nella prevenzione un obiettivo strategico», dice Bettoni. E tutto ciò ha un costo: «Basti pensare – continua Bettoni – che solo gli infortuni del lavoro nel 2014 hanno causato circa 11 milioni di ore di assenza di lavoro per inabilità, senza contare i costi umani di chi si ritrova ad affrontare una menomazione permanente o, peggio ancora, a piangere un famigliare morto». C’è poi un altro dato che sottolinea l’Associazione: le statistiche infortunistiche dell’Inail si riferiscono ai soli lavoratori assicurati dall’Istituto e non esauriscono l’intero mondo del lavoro, non comprendono cioè oltre 2 milioni di persone (alcune categorie del privato e dipendenti pubblici come, per esempio, i vigili del fuoco), quasi il 10% dell’occupazione nazionale. Per sensibilizzare sul tema, come ogni anno, l’Anmil organizza l’11 ottobre, seconda domenica del mese, la giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.
Ma ci potrebbe essere anche un’altra concausa secondo il direttore dell’Osservatorio: vale a dire la riduzione dei controlli. «Ci sono stati tagli notevoli all’ispettorato del lavoro e all’Asl e quindi è diminuita l’attenzione generale alla sicurezza». Non a caso nei giorni scorsi gli ispettori del lavoro sono scesi in piazza a Torinoper chiedere maggiori «risorse per le ispezioni» e per esprimere il loro disagio di fronte a “episodi di intolleranza e intimidazione” durante le loro visite nelle aziende e nei cantieri. «C’è un clima di disinteresse generale delle istituzioni verso i problemi della nostra categoria», ha denunciato Angelo Vignocchi, coordinatore nazionale Uil della pubblica amministrazione.
Sarà da tenere d’occhio anche il confronto con gli ultimi dati europei disponibili (2012). Nel 2008 l’Italia contava 4,5 morti ogni 100 mila occupati: più di Spagna (4,19), Germania (2,67), Francia (1,84) e Regno Unito (1,02). Nel 2012 l’indice per il nostro Paese era sceso al 3,6: una diminuzione di casi che ci lasciava comunque sopra la media europea (2,42). Ma adesso, se l’aumento delle morti di quest’anno sarà confermato, c’è il rischio di un nuovo e più grande discostamento dai parametri europei. E qui non si tratta di conti economici, ma di uomini e donne caduti sul lavoro.
Fonte La Stampa
