Di Augusto D’Ambrogio
Scoppia la polemica internazionale dopo quanto accaduto a Gerusalemme, dove le autorità israeliane avrebbero impedito al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, di recarsi a celebrare la messa nella Basilica del Santo Sepolcro, uno dei luoghi più sacri per la cristianità.
L’episodio, avvenuto nelle prime ore della giornata, ha immediatamente suscitato dure critiche e accuse di limitazione della libertà religiosa. Secondo le ricostruzioni, al cardinale sarebbe stato impedito di raggiungere il luogo della celebrazione, scatenando reazioni indignate da parte di esponenti politici e osservatori internazionali.
Per molti si tratterebbe dell’ennesimo segnale di tensione nella città santa e nell’intera regione. Le critiche puntano il dito contro il governo israeliano, accusato di voler limitare la presenza e l’attività di altre comunità religiose a Gerusalemme, città che rappresenta un crocevia spirituale per cristiani, musulmani ed ebrei.
Nel dibattito politico italiano non sono mancate prese di posizione. Alcune voci hanno parlato di un fatto «gravissimo», sostenendo che il blocco alla celebrazione religiosa rappresenti un’ulteriore compressione delle libertà fondamentali e un segnale preoccupante sul clima che si respira nell’area.
C’è anche chi accusa la comunità internazionale di aver reagito con troppo ritardo alle tensioni che da anni attraversano il Medio Oriente, sostenendo che i segnali di una crisi sempre più profonda fossero già evidenti da tempo. Il caso riaccende così il dibattito sul ruolo della diplomazia europea e italiana nel conflitto e sulla tutela della libertà di culto nei luoghi santi. In una città simbolo per tre religioni monoteiste, ogni gesto o decisione assume infatti un peso politico e religioso enorme, capace di riverberarsi ben oltre i confini della Terra Santa.
