Oltre 100 italiani avrebbero pagato per sparare a civili a Sarajevo, tra loro medici, magistrati, avvocati, notai e imprenditori

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Secondo quanto riportato da Fanpage.it, sarebbero “più di 100” gli italiani coinvolti nei cosiddetti “safari umani” condotti durante l’assedio di Sarajevo (1992–1996).
La rivelazione arriva dalla criminologa Martina Radice, che ha collaborato con lo scrittore Ezio Gavazzeni nella redazione dell’esposto — depositato presso la Procura di Milano — che ha riaperto le indagini sul fenomeno.
Radice ha dichiarato a Fanpage.it: «Posso dire con certezza che erano più di cento gli italiani coinvolti nei safari umani: medici, magistrati, avvocati, notai e imprenditori» — ovvero soggetti che all’epoca ricoprivano ruoli sociali rispettabili, ma che secondo l’accusa avrebbero pagato per partecipare ai raid contro civili.
Le accuse: omicidio plurimo aggravato
L’esposto, fondato su testimonianze di un ex agente dei servizi segreti bosniaci, punta il dito su persone che, dietro compensi economici, si recavano a Sarajevo nei fine settimana per sparare su civili dalle colline che circondavano la città.
La Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per «omicidio volontario plurimo aggravato da crudeltà e motivi abietti».
All’interno dell’esposto sono citati almeno tre italiani — un uomo di Torino, uno di Milano e uno di Trieste — ma, secondo Radice, ulteriori evidenze raccolte indicano un coinvolgimento ben più ampio.
Un fenomeno da lungo denunciare — ma oggi sotto la lente della giustizia
Il fenomeno dei “turisti-cecchini” a Sarajevo non è una novità assoluta: secondo quanto ricostruito dalla stampa indipendente e dalle testimonianze interne all’ex Jugoslavia, già negli anni ’90 si parlava di miliziani stranieri che arrivavano per sparare sui civili.
Tuttavia, la denuncia attuale — scaturita dall’esposto di Gavazzeni e dalla consulenza di Radice — rappresenta il primo tentativo sistematico di identificare e indagare gli italiani coinvolti, con l’obiettivo di restituire giustizia a migliaia di vittime innocenti.
Perché il caso scuote l’Italia
Il fatto che tra i presunti partecipanti ai “safari umani” ci siano individui provenienti da professioni prestigiose (medici, magistrati, avvocati, imprenditori) — persone che giorno dopo giorno godevano di rispetto e fiducia nella società — solleva interrogativi inquietanti sul grado di disumanizzazione a cui l’orrore della guerra può spingere.
Inoltre, l’inchiesta della Procura milanese rappresenta un atto di dovere morale e civile: non lasciare che questi fatti — già gravissimi — restino nell’ombra dell’impunità, ma tentare di fare emergere tutta la verità, a distanza di decenni.
Foto e fonte Fanpage.it

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