DI AUGUSTO D’AMBROGIO.
È il 15 novembre 2024 quando, lungo il confine sud-ovest tra Venezuela e Colombia, la polizia venezuelana ferma un’automobile con a bordo il cooperante italiano Alberto Trentini, 45 anni, e il suo autista Rafael Ubiel Hernández Machado. Trentini si trova nell’area di frontiera per conto dell’Ong francese Humanity and Inclusion, impegnata in progetti umanitari nella regione. Il controllo di routine si trasforma rapidamente in un sequestro: i due uomini vengono prelevati, caricati su un altro veicolo e trasferiti in una località sconosciuta.
Da quel momento, per Trentini inizia un calvario che dura tuttora.
Secondo quanto riportato da persone vicine al cooperante e da ex compagni di cella, l’italiano è oggi rinchiuso nel carcere di El Rodeo I, alla periferia di Caracas, una struttura tristemente nota per le condizioni estreme a cui sarebbero sottoposti i detenuti. Organizzazioni internazionali come Amnesty International e Foro Penal hanno più volte denunciato l’istituto come luogo di «tortura fisica e psicologica», parlando di condizioni «crudeli, disumane e degradanti» e di pratiche che si configurerebbero come crimini contro l’umanità.
A preoccupare ulteriormente è l’assenza totale di tutele legali: Trentini, riferiscono le fonti, sarebbe detenuto senza garanzie processuali, senza la possibilità di consultare un avvocato e senza alcuna accusa formalmente notificata. Le autorità venezuelane, da oltre dodici mesi, non forniscono comunicazioni ufficiali sul suo caso né sulle condizioni in cui si trova.
Anche sul fronte diplomatico il silenzio è assordante. Il governo italiano, nonostante i ripetuti appelli provenienti dall’area umanitaria e da chi conosce Trentini, non ha preso posizione pubblicamente sulla vicenda. A colmare il vuoto informativo restano soprattutto le testimonianze di ex detenuti che hanno condiviso la cella con il cooperante e che descrivono una situazione di forte vulnerabilità, aggravata dal totale isolamento.
A un anno dall’arresto, la sorte di Alberto Trentini rimane dunque sospesa. I familiari e le organizzazioni per i diritti umani continuano a chiedere verità, trasparenza e il rispetto delle garanzie minime previste dal diritto internazionale. Nel frattempo, dietro le mura di El Rodeo I, il cooperante italiano resta prigioniero di un sistema che molti osservatori definiscono opaco, arbitrario e impermeabile al controllo esterno
Cooperante italiano detenuto in Venezuela: un anno di silenzio e accuse di tortura
