Frosinone – L’esclusione delle province di Frosinone e Latina dalla nuova Zona Economica Speciale (ZES) unica, che andrà a comprendere le regioni del Sud insieme a Umbria e Marche, rappresenta un colpo durissimo per il futuro del Lazio meridionale. Una scelta incomprensibile, che ignora la storia industriale, la capacità di attrazione di investimenti e l’efficienza dimostrata in passato da questi territori nell’utilizzo dei fondi pubblici, come quelli dell’ex Cassa del Mezzogiorno.
Il rischio è concreto: diseconomie territoriali, perdita di competitività e un senso di abbandono che potrebbe compromettere ulteriormente lo sviluppo economico e sociale di un’area già duramente provata da crisi occupazionali e transizioni industriali non governate.
Ma la questione non è solo economica. È, prima di tutto, una questione politica e di credibilità della classe dirigente. E non si parla solo dei rappresentanti istituzionali: il richiamo riguarda anche le organizzazioni sindacali, le associazioni imprenditoriali, i rappresentanti del tessuto produttivo e del terzo settore. Nessuno può permettersi il lusso dell’inerzia.
Il paragone con il Piano Marshall, che nel secondo dopoguerra portò all’Italia 1,3 miliardi di dollari (pari oggi a circa 17 miliardi di euro), è indicativo: le risorse della ZES unica – superiori ai 10 miliardi – potrebbero ridisegnare la geografia economica del Paese. Ma solo per chi sarà incluso nel perimetro.
Per Frosinone e Latina, restare fuori significa perdere un treno che passerà una volta sola. E il tempo per rimediare è poco. Servono emendamenti, serve pressione politica e istituzionale, ma soprattutto serve un fronte comune, al di là delle appartenenze e delle sigle. Perché questa non è una battaglia per il consenso: è una battaglia per non essere condannati all’irrilevanza.
