DI AUGUSTO D’AMBROGIO – “Lo porto via con me a Roma. Lo porto via, come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”.
— Sandro Pertini
Sono passati 41 anni da quel lunedì di giugno in cui l’Italia intera apprese, con sgomento e dolore, della morte di Enrico Berlinguer. Il segretario del Partito Comunista Italiano si era sentito male pochi giorni prima, durante un comizio a Padova, ma volle concludere comunque il discorso. Un gesto che, nella sua drammaticità, è rimasto scolpito nella memoria collettiva come sintesi del rigore, della coerenza e del senso del dovere che ne hanno caratterizzato l’intera vita politica.
Berlinguer morì l’11 giugno 1984, a soli 62 anni. Il suo funerale, a Roma, fu una delle più grandi manifestazioni popolari della storia della Repubblica: oltre un milione di persone accorsero da ogni parte d’Italia per rendergli omaggio. Non solo militanti e iscritti al PCI, ma cittadini comuni, studenti, operai, intellettuali, anche avversari politici. Un addio che segnava la fine di un’epoca.
Il volto nuovo della sinistra
Nato a Sassari nel 1922, Enrico Berlinguer entrò giovanissimo nel Partito Comunista e ne divenne segretario nel 1972. A guidarlo era una visione della politica intesa come servizio al Paese, ispirata a principi etici prima ancora che ideologici. In un’Italia attraversata da tensioni sociali, terrorismo e corruzione, Berlinguer rappresentava un punto di riferimento stabile e credibile.
Fu promotore dell’“eurocomunismo”, una linea autonoma dal modello sovietico, portando il PCI a distinguersi nettamente dalle dittature dell’Est. Non esitò a condannare l’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968 e quella dell’Afghanistan nel 1979. Con lui, il partito diventò sempre più radicato nella società e nelle istituzioni democratiche, superando in parte l’isolamento ideologico del dopoguerra.
Il compromesso storico e la questione morale
Nel pieno degli anni di piombo, Berlinguer fu tra i primi a comprendere che la stabilità della democrazia italiana passava da una nuova collaborazione tra le forze popolari. È in questo contesto che nacque il celebre “compromesso storico”, un progetto di dialogo con la Democrazia Cristiana per superare la contrapposizione ideologica del dopoguerra. Un’idea che gli attirò critiche sia a destra che a sinistra, ma che rivelava una visione lungimirante e pragmatica.
Forse ancor più attuale oggi è il concetto di “questione morale” lanciato da Berlinguer nel 1981, in un’intervista storica con Eugenio Scalfari su la Repubblica. Per lui, la corruzione non era solo un problema penale, ma un sintomo di degenerazione profonda del sistema dei partiti, incapaci di rinnovarsi e sordi al malcontento sociale. Il suo invito a una politica pulita, sobria, ancorata a principi etici, suona oggi come un monito ancora irrisolto.
Un’eredità che resiste
A 41 anni dalla scomparsa, la figura di Enrico Berlinguer continua a suscitare rispetto trasversale, anche in generazioni che non l’hanno conosciuto direttamente. La sua sobrietà personale, la coerenza delle scelte, l’autenticità del rapporto con le masse popolari, hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia repubblicana. È stato l’ultimo leader politico capace di mobilitare milioni di persone con la sola forza della parola e dell’esempio.
Nel contesto politico attuale, segnato da crisi di rappresentanza, personalismi e polarizzazione, il ricordo di Berlinguer appare come un’eccezione etica. Non solo per la sinistra, ma per l’intera cultura democratica italiana, il suo lascito resta un riferimento morale e civile.
