Sicurezza: la lezione dimenticata dello Stato che vinse senza tagliare teste

POLIZIA..........

Nel cuore degli anni di piombo, quando il terrorismo delle Brigate Rosse metteva a ferro e fuoco l’Italia, la risposta di una parte della politica — soprattutto della destra — fu immediata e muscolare: pena di morte, ergastoli rafforzati, carcere duro. Ma lo Stato democratico vinse quella battaglia in modo diverso: con intelligenza giuridica, e non con la ghigliottina.

La svolta arrivò con una legge “illuminata”, come fu definita all’epoca, che premiava la collaborazione dei pentiti, offrendo benefici concreti a chi sceglieva di dissociarsi dal terrorismo armato. Lo stesso spirito guidò poi l’azione di Giovanni Falcone contro Cosa Nostra: non vendetta, ma strumenti legali nuovi, efficaci, pensati per indebolire le mafie dall’interno.

Oggi, a distanza di decenni, quella lezione sembra dimenticata. Di fronte all’insicurezza reale o percepita, l’attuale governo propone un nuovo “decreto sicurezza”, il cui impianto si fonda ancora una volta su un solo registro: l’inasprimento delle pene e l’introduzione di nuove fattispecie di reato.

Il problema è che lo Stato non diventa più forte semplicemente moltiplicando gli articoli del codice penale. La sicurezza non si garantisce con i proclami, ma con la presenza concreta sul territorio. Servono agenti, uomini e donne formati, visibili, motivati e — soprattutto — pagati dignitosamente. Oggi, invece, molti servitori dello Stato lavorano con stipendi che sfiorano l’umiliante.

Ciò che manca non è la severità della legge, ma la capacità politica di tradurre le promesse in soluzioni strutturali. La repressione cieca può offrire applausi facili, ma non costruisce uno Stato più sicuro. Per quello, serve visione. E memoria.

foto archivio

 

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