Durante la conferenza stampa tenutasi poco dopo la sentenza di assoluzione di tutti e cinque gli imputati del processo per l’omicidio di Serena Mollicone, sentenza avvenuta venerdì 15 luglio, il criminologo Carmelo Lavorino, referente del pool difensivo della famiglia Mottola, rilasciava una dichiarazione che non è passata inosservata ai presenti: “Credo che la Procura dovrebbe prendere in considerazione il fatto di dover comparare le impronte digitali di Tonino Cianfarani, omicida di Samanta Fava, uccisa nel 2012, con quelle rinvenute sul nastro adesivo che chiudeva la bocca di Serena Mollicone. L’omicidio per il quale Cianfarani è stato condannato al carcere, è assonante per ‘modus operandi’ a quello di Serena”. Precisava che il suo pensiero si basava non sulla certezza della colpevolezza del Cianfarani, deceduto nel frattempo nel gennaio 2020, ma su delle analogie che si sono venute appunto a verificare tra il delitto Fava ed il delitto Mollicone. Rimarcava poi che questa indicazione di ‘attenzionamento’ la fece, a mezzo mail, circa 4/5 anni fa ma che non è stata mai adempiuta. Una rivelazione a cui qualcuno della Procura della Repubblica di Cassino dovrebbe rispondere. Ogni tassello è utile al fine di completare quel puzzle chiamato ‘verità’ e che ha portato, per ora, ad una assoluzione per non aver commesso il fatto, passata in giudicato, nel primo processo Mollicone ed una assoluzione per non aver commesso il fatto nel processo Mollicone Bis (1°grado) entrambe per ‘insufficienza di prove’.
Carmelo Lavorino: L’omicidio per il quale Cianfarani è stato condannato al carcere, è assonante per ‘modus operandi’ a quello di Serena
