Plasma, la nuova “cura miracolosa” di Trump. Che però convince i medici solo a metà

plasma iperimmune

L’endorsement di Trump non portò bene alla clorochina. Quando il presidente americano salutò il farmaco antimalarico come “una cura miracolosa” contro il Covid, le prescrizioni esplosero. Ma i dati successivi dimostrarono che l’efficacia era nulla. Oggi Trump ci riprova con il plasma (“trattamento di enorme efficacia”), toccando anche qui un terreno scivoloso. Gli anticorpi estratti dal plasma del sangue delle persone guarite, infatti, hanno dato risultati misti. Molti pazienti che li hanno ricevuti si sono ripresi. Ma la domanda che resta senza risposta è: avrebbero superato il Covid ugualmente o hanno ricevuto un reale beneficio dalla cura?Dopo l’annuncio di Trump di concedere al plasma l’autorizzazione all’uso in regime di emergenza, un beneficio lo hanno sicuramente ricevuto le borse, che sono cresciute negli Stati Uniti e in Europa. La scienza invece resta incerta. Lo studio che ha convinto Trump a spingere sull’acceleratore viene dalla prestigiosa Mayo Clinic e ha coinvolto un numero veramente grande di pazienti: 35mila, tutti ricoverati con sintomi in 2.800 ospedali americani. Chi ha ricevuto il plasma presto (entro tre giorni dalla diagnosi) ha avuto una mortalità del 9%. Chi lo ha avuto più tardi è invece morto nel 12% dei casi. Un segnale di efficacia, certo, che la Mayo Clinic traduce in un calcolo del 35% di riduzione della mortalità. Ma pur sempre frutto di un’elaborazione statistica: non esattamente la pistola fumante che cercavamo.Lo studio della Mayo ha un altro limite: la mancanza di un gruppo di controllo. Le sperimentazioni che hanno più credito in medicina sono quelle in cui una metà di pazienti scelta a caso riceve una cura, l’altra metà un placebo. E’ questo il metodo, che si chiama randomizzato, che permette di rispondere meglio al dilemma: sarebbe sopravvissuto ugualmente? Per il plasma, studi di questo tipo non esistono. Ci sta provando la sperimentazione Tsunami Italia, lanciata dall’Agenzia italiana del farmaco e dall’Istituto superiore di sanità il 15 maggio, ma ancora oggi ferma a poche decine di pazienti arruolati (pazienti che in generale non sono entusiasti della possibilità di ricevere un placebo). La causa principale: la diminuzione dei malati gravi. Un problema simile è stato vissuto a Wuhan, sempre con un test randomizzato, costretto ad alzare bandiera bianca per mancanza di casi. Il bilancio di queste esperienze fa comunque ben sperare, secondo i medici. Nonostante i limiti, la loro impressione resta ottimista. Ma il giudizio sulla validità della cura resta pur sempre sub judice.L’incertezza è il motivo per cui i National Institutes of Health americani, la settimana scorsa, avevano invitato alla cautela, chiedendo di non concedere il permesso all’utilizzo in regime di emergenza. Ma la cautela non è la cifra del mandato di Trump. Il presidente ha tuonato contro “lo stato profondo” colpevole di impastoiare le ricerche sul coronavirus, ed è andato avanti lo stesso con l’autorizzazione, concessa in tutta fretta domenica dalla Food and Drug Administration. Molti più pazienti, anche al di fuori delle sperimentazioni, potranno ora ricevere il plasma. A nessuno sarà più somministrato il placebo e la prospettiva di avere uno studio randomizzato si allontanerà ulteriormente.La procedura parte dalla scelta di una persona guarita da pochi giorni che abbia una grande quantità di anticorpi nel sangue. Non tutti hanno queste caratteristiche: gli asintomatici tendono ad averne pochi e la ricchezza delle nostre difese cala rapidamente durante la convalescenza. Il plasma del candidato prescelto viene estratto, trattato per evitare la presenza di microbi e traferito in un laboratorio di virologia. Non basta infatti che gli anticorpi ci siano, devono anche ricadere nella categoria dei “neutralizzanti”. Messi cioè in provetta a contatto col virus, devono rivelarsi capaci di ucciderlo. Il processo è costoso e richiede in genere cinque giorni. Se il plasma supera anche questo test, può essere somministrato in media a due malati per ogni convalescente donatore.

Fonte repubblica.it – foto web

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