I più grandi produttori di vaccini, senza vaccino

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Merck, Sanofi e GSK sono tra i più grandi produttori di vaccini al mondo, ma nessuna delle tre aziende farmaceutiche nell’ultimo anno è riuscita a sviluppare e fare autorizzare un vaccino contro il coronavirus, facendosi superare da Pfizer-BioNTech e da aziende emergenti come Moderna, che finora aveva una frazione del loro fatturato. Sanofi e GSK sono in evidente ritardo nella sperimentazione dei vaccini, mentre Merck ha di recente rinunciato alla produzione di una propria soluzione contro il coronavirus.

Come segnala un lungo articolo del Financial Times, un anno di pandemia ha cambiato radicalmente il mercato dei vaccini e gli equilibri tra i principali produttori. Ancora a inizio del 2020 il settore era dominato da Merck, Sanofi, GSK e Pfizer, aziende farmaceutiche di grandi dimensioni e con una lunga esperienza nella produzione di vaccini contro diverse malattie compresa l’influenza stagionale. Un anno dopo, solo Pfizer ha un vaccino contro il coronavirus, sviluppato con l’azienda tedesca di biotecnologie BioNTech, mentre le altre tre società sono pressoché assenti.

Quest’anno, Pfizer dovrebbe triplicare i propri ricavi derivanti dalla divisione che si occupa di vaccini, e gli analisti prevedono che aziende finora relativamente piccole come Moderna e Novavax possano superare Merck, Sanofi e GSK per vendite di vaccini. Anche AstraZeneca e Johnson & Johnson, che hanno sviluppato vaccini più economici, dovrebbero vendere più vaccini quest’anno di quanto abbiano fatto diversi concorrenti l’anno scorso.

È una situazione inedita per un settore tradizionalmente dominato da poche grandi multinazionali, nel quale i cambiamenti più rilevanti riguardano solitamente acquisizioni e cessioni delle divisioni ritenute più o meno strategiche. Le società che hanno scelto una linea più cauta, sviluppando vaccini basati sui loro sistemi già collaudati, in questa fase sono rimaste svantaggiate rispetto a quelle che hanno scommesso sui vaccini a RNA messaggero (mRNA), mai utilizzati prima in larga scala sulla popolazione.

Le cose da sapere sul coronavirus

BioNTech e Moderna, da tempo al lavoro per sviluppare vaccini con mRNA, hanno avuto un’enorme occasione per accelerare non solo i tempi della ricerca, ma anche quelli per testare le loro soluzioni e farle autorizzare dagli organismi di controllo negli Stati Uniti e nell’Unione Europea. Prima della pandemia, Moderna stimava ci sarebbero voluti tra i 3 e 4 anni prima di avere vaccini a mRNA autorizzati contro alcune malattie. Tecnologie e conoscenze per realizzarli erano ormai mature, ma c’erano forti dubbi sulla possibilità che potessero offrire alti livelli di efficacia.

Avviando una collaborazione con BioNTech, Pfizer ha avuto la giusta intuizione sulle opportunità offerte dall’azienda tedesca, muovendosi in un territorio inesplorato per un’azienda farmaceutica così grande e complessa. Moderna ha fatto per conto proprio, beneficiando di ingenti investimenti pubblici, ed è comunque riuscita a produrre un vaccino efficace e a stringere accordi con i governi per la fornitura di centinaia di milioni di dosi.

BioNTech e Moderna erano del resto estremamente motivate non solo dalla prospettiva di dare un contributo nel rallentare la pandemia, ma anche dalla possibilità di accelerare gli sviluppi nei loro sistemi e nella regolamentazione dei vaccini a mRNA. Entrambe le aziende hanno come obiettivo lo sviluppo di altre soluzioni, comprese terapie per trattare alcuni tipi di tumore.

Il grande fermento intorno ai vaccini a mRNA si portava però dietro non poche incertezze, e per questo altre grandi aziende farmaceutiche hanno preferito non prendersi troppi rischi, sviluppando vaccini con metodi più tradizionali, già sperimentati e in diversi casi brevettati. All’inizio dello scorso anno per molti sembrava la soluzione più logica: usare piattaforme già conosciute costava meno, non c’era il rischio di incappare nella violazione di brevetti concorrenti e soprattutto non si sapeva come si sarebbe evoluta la pandemia.

Il timore era di ripetere le esperienze precedenti con la MERS e la SARS, malattie causate rispettivamente da altri due coronavirus, che erano state tenute sotto controllo in tempi relativamente brevi e prima che fossero pronti i vaccini sviluppati con notevoli investimenti.

Più in generale, le aziende farmaceutiche non vedono sempre con favore i vaccini: richiedono molto denaro per essere sviluppati e hanno una resa economica limitata, rispetto a farmaci che devono essere assunti costantemente contro malattie croniche.

Merck lo scorso anno aveva avviato lo sviluppo di due vaccini, partendo dalle proprie esperienze con un vaccino contro l’Ebola e un altro sviluppato da un’azienda di biotecnologie austriaca. I test clinici non avevano però portato a risultati molto incoraggianti, al punto da spingere l’azienda a lasciar perdere il progetto.

Sanofi aveva invece avviato lo sviluppo di due diversi vaccini, uno in collaborazione con GSK e basato su una proteina del coronavirus, e un altro più ambizioso basato sull’mRNA e realizzato insieme alla statunitense Translate Bio. Il primo è in ritardo di circa sei mesi a causa di un errore nei dosaggi somministrati durante i test clinici, con dosi più diluite del previsto e che hanno portato a una risposta immunitaria più debole tra gli anziani.

Translate Bio si è invece rivelata più indietro rispetto a BioNTech nello sviluppo delle soluzioni con mRNA. Il vaccino sperimentale Sanofi-Translate Bio è ancora in fase preclinica e non è chiaro se avvierà i test su volontari entro la fine di marzo come da programma. Le due aziende stanno comunque collaborando ad altre soluzioni, compreso un vaccino contro l’influenza stagionale (Sanofi è l’azienda che produce più vaccini antinfluenzali, con un ricavo annuo intorno ai 2,5 miliardi di euro).

In un modo o nell’altro, tre dei più grandi produttori di vaccini sono rimasti per ora fuori dalla competizione per produrre soluzioni contro la pandemia. Alcuni analisti ipotizzano che ciò sia stato determinato dal timore dei loro dirigenti di distogliere l’attenzione dai farmaci e dalle altre attività che contribuiscono alla quota più rilevante del loro fatturato, e con rischi minori. Sanofi in passato aveva speso inutilmente enormi quantità di denaro per sviluppare un vaccino contro la dengue meno efficace di quanto atteso, mentre Merck ha sì sviluppato un vaccino promettente contro l’Ebola, ma per ora non ha portato ai risultati economici attesi.

Sanofi e GSK stanno cercando di recuperare il tempo perduto, puntando sulle soluzioni a mRNA. GSK ha annunciato una collaborazione per la produzione del vaccino di CureVac, azienda tedesca di biotecnologie che ha ottenuto risultati incoraggianti nei primi test clinici. Le due aziende collaboreranno anche allo sviluppo di un nuovo vaccino con l’obiettivo di renderlo più versatile e in grado di contrastare meglio le varianti del coronavirus, ma che non sarà pronto prima del 2022.

foto e fonte ilpost.it

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