Covid, studio del Gemelli: «Cambia l’età dei malati, il più grave ha 52 anni». Molti guariti da mesi hanno ancora problemi

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Lo dice il Policlinico Gemelli: cambia l’età dei malati di Covid-19 e dei ricoverati in terapia intensiva. «Da luglio abbiamo visto scendere l’età media: prima era a 60-65/80 anni, poi abbiamo visto pazienti di 40-60 anni, mentre in parallelo il report dell’Istituto superiore di sanità segnalava che i positivi avevano intorno ai 30 anni. Però, nel momento in cui un giovane si infetta ed è poco o per nulla sintomatico, diventa una fonte di contagio intrafamiliare, per nonni e genitori. Così oggi stiamo rivedendo malati di 65-70 anni o anche meno: in terapia intensiva al Gemelli abbiamo 3 pazienti di 45-55 anni e 3 over 70. Il caso più grave ha 52 anni ed è in circolazione extra-corporea». Ad affermarlo è Massimo Antonelli, direttore del dipartimento di Anestesia e Rianimazione del Policlinico Gemelli Irccs di Roma, membro del Comitato tecnico scientifico per il contenimento del coronavirus.«Una volta che un paziente Covid è posto in circolazione extra-corporea, la risposta richiede tempo», sottolinea il medico. E le conseguenze dell’infezione possono perdurare a lungo. «Abbiamo pazienti guariti 6 mesi fa: alcuni li abbiamo visti recuperare completamente, in altri permane una difficoltà respiratoria, problemi a gusto e olfatto e spesso una grande spossatezza. Si vedono ancora dei reliquati nei dimessi a marzo, ma al momento il periodo di osservazione è limitato e serve più tempo per avere le idee chiare. Insomma – conclude Antonelli – il recupero pieno potrebbe richiedere più tempo».

Incremento dei ricoveri
«Stiamo registrando un incremento dei ricoveri, anche di quelli in terapia intensiva. Un fenomeno tollerabile dalle strutture sanitarie, che non ha nulla a che vedere con quanto abbiamo visto a marzo, ma che non deve essere sottovalutato», spiega il direttore del dipartimento. Secondo Antonelli il disallineamento con i dati quotidiani forniti dalla Regione Lazio – ieri fermi a 17 ricoveri in terapia intensiva, con 410 pazienti in ospedale – è «probabilmente dovuto ad un ritardo da parte delle strutture nella comunicazione dei dati». «Bisogna anche dire che la nuova organizzazione delle strutture e i letti in più assicurati a livello regionale consentono di affrontare la situazione con tranquillità. Se, per ipotesi, la situazione dovesse arrivare ad avere un impatto simile a quello di marzo-aprile – aggiunge Antonelli – dobbiamo sottolineare che oggi siamo anche più preparati: conosciamo meglio il nostro nemico e sappiamo identificare e trattare prima i pazienti con sintomi». Risultato? «I pazienti impegnativi arrivano prima in ospedale e, quando serve, arrivano prima anche in terapia intensiva: così – testimonia l’esperto – possiamo trattarli in modo precoce».
 

Come si trattano i pazienti

La terapia si conferma quella consolidata nei mesi bui della crisi: «Se c’è una polmonite da Covid, i pazienti possono essere ventilati, o in base alle loro condizioni intubati, pronati (messi a pancia in giù) o sottoposti a circolazione extracorporea. E la risposta richiede tempo. Se a marzo i ricoveri in terapia intensiva duravano 3-4 settimane, adesso – spiega il direttore – vediamo questi pazienti per 10-15 giorni, rispetto ai 4-5 giorni di un ricovero medio in terapia intensiva». Insomma, anche se la maggior parte dei casi Covid intercettati oggi ha nessuno o pochi sintomi, «l’intensità della malattia non è cambiata».

 

La prevenzione

«Ecco perché, come esperti, non ci stanchiamo di ricordare l’importanza del distanziamento, dell’uso delle mascherine soprattutto negli ambienti chiusi e dove non è possibile la distanza, dell’igiene delle mani e di evitare le aggregazioni. L’atteggiamento che abbiamo visto questa estate, con un allentamento dell’attenzione, rappresenta una reazione comprensibile ma pericolosa – avverte lo specialista – Dobbiamo sapere che queste precauzioni non dureranno per sempre, sono temporanee e si arriverà ad una fine. Ma a fare la differenza in questi mesi sarà proprio il senso di responsabilità con il quale decideremo di vivere la nostra vita. Faccio l’esempio dei matrimoni: in chiesa va tutto bene, a cena all’aperto magari anche, ma se poi si decide di festeggiare al chiuso è difficile mantenere comportamenti corretti. Privilegiamo le attività all’aperto e resistiamo per qualche mese: si arriverà ad una fine», conclude Antonelli.

fonte ilmessaggero.it foto web

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