Covid-19, dopo l’infezione si è immuni? Il virologo dice che…

test coronavirus israele

Il caso di Fernando Gaviria, il ciclista colombiano di 26 anni che si è infettato due volte con il coronavirus, ha alimentato dubbi e paure in merito al Covid-19 e alla eventuale immunità dei malati. Quello di Gaviria, infatti, non è stato l’unico caso di reinfezione, anche se si tratta comunque di numeri bassissimi. Ma che cosa si sa ad oggi della immunità al nuovo coronavirus Sars-CoV-2? “Quello della immunità è uno dei temi su cui tutta la comunità scientifica si è più interrogata”, sottolinea a Gazzetta Active il professor Massimo Clementi, Ordinario di Microbiologia e Virologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele e direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Ospedale.

 “Un virus nuovo crea problematiche nuove. Noi conoscevamo i ‘cugini’ di questo virus, ma non sempre il comportamento è uguale tra ‘parenti’. Questo è un virus molto diffusivo, anche se relativamente meno patogeno degli altri epidemici del passato come Sars 1 e il virus della Mers, che avevano dato epidemie più limitate ma con una mortalità più elevata percentualmente. In questo caso in numeri assoluti la mortalità è elevatissima ma perché il virus circola tantissimo. L’epidemia di marzo-aprile-inizio maggio è stata una epidemia, per lo meno nel nostro Paese, che ha colpito soprattutto dal punto di vista della patologia le persone con età avanzata e comorbidità. I giovani li abbiamo visti in estate, intorno alle seconda metà del mese di luglio. A quel punto è iniziata la ripresa vera dei contagi, complici le discoteche riaperte e le vacanze all’estero nei luoghi dove l’epidemia ancora non era sotto controllo”.

Una delle poche cose note ad oggi sul nuovo coronavirus è che patologie pregresse come diabete o obesità sono fattori di rischio. Ci sono altre certezze?
“Oltre a diabete e obesità, anche un’età superiore ai 65 anni, l’ipertensione arteriosa e le cardiopatie di diverso tipo sono cofattori che si accompagnano più di frequente ad una evoluzione sfavorevole della malattia”.

Come mai, seppure rari, ci sono stati casi di giovani che hanno avuto forme severe di Covid-19?
“I giovani hanno in genere una infezione asintomatica o poco sintomatica. L’entità dei sintomi è individualmente diversa: ci può essere una puntata febbrile più o meno lunga, di solito non più lunga di due giorni, dolori muscolari, articolari, spossatezza che dura qualche giorno. Individualmente c’è una varietà notevole, come in altre malattie virali. Ma le forme polmonari gravi come la polmonite nei giovani sono molto rare. I casi noti sono più che altro casi aneddotici. La mortalità sotto i 40 anni è l’1% del totale”.

Non si conosce il motivo per cui, comunque, questi giovani si ammalano gravemente?
“No. Si stanno indagando vari fattori, anche genetici, ma ancora non si sa perché in alcuni casi ci sia una gravità, pur molto limitata percentualmente, anche in soggetti in età giovane”.

Le donne risultano ancora oggi più protette?
“Sì”.

Dopo aver contratto il Covid-19 si è immuni?
“Gli studi più recenti evidenziano come quasi tutti i ricoverati, circa l’80%, sviluppino anticorpi neutralizzanti dopo l’infezione, ovvero anticorpi che bloccano il virus. Non si sa, essendo una infezione recente, quanto tempo questi anticorpi rimangano in circolo. In questo caso sappiamo che la maggior parte dei soggetti che si infettano con Covid-19 sviluppa anticorpi neutralizzanti. C’è poi una piccola quota di persone che si infetta di nuovo. Sono 31 i casi rilevati certi nel mondo, di soggetti che si sono infettati due volte. Tra questi, appunto, il ciclista Gaviria. Si tratta di numeri bassi ma sufficienti a farci domandare perché avvenga questo, perché alcune persone perfettamente sane, non immunodepresse, non reagiscano. Si è visto anche che queste seconde infezioni tendono, in questi soggetti, ad essere un po’ più gravi delle prime infezioni”.

Il vaccino non rischia allora di non essere efficace a lungo? Bisognerebbe investire di più sulla cura?
“Noi stiamo investendo molto sulla cura, che arriverà prima del vaccino. I vaccini, anche dal punto di vista mediatico, attirano di più la attenzione. Ma ci sono molti trial con anticorpi monoclonali neutralizzanti, uno anche in Italia sviluppato dal professor Rappuoli di Siena, che stanno affrontando la fase tre. I risultati sono straordinari. Non c’è più bisogno dell’ospedalizzazione per le persone trattate: si curano a casa. La cura con anticorpi monoclonali prevede un’unica iniezione intramuscolare e i risultati, se saranno confermati, sono straordinari”.

Quanto conta la precocità della diagnosi per l’efficacia della cura?
“Conta moltissimo. Per esempio il Remdesivir, inibitore della polimerasi virale già utilizzato contro l’Ebola, se viene applicato molto presto blocca la replicazione virale ed è molto efficace. Ma questo nei casi di polmonite virale, non in persone che hanno una infezione asintomatica”.

Prima dell’infezione, ci sono dei fattori protettivi a livello di sistema immunitario?
“Direi di no, a livello scientifico non c’è nulla di provato”.

Quali sono le sue previsioni per quanto riguarda questa seconda ondata?
“Mi preoccupano di più le decisioni politiche della corsa al vaccino o alla cura. I lockdown dal punto di vista sociale si pagano cari. Mentre dal punto di vista scientifico la ricerca è stata straordinaria. Si è riusciti in pochi mesi a fare quello che di norma si fa in alcuni anni. Si arriverà probabilmente ad avere più vaccini in pochi mesi. E i farmaci saranno farmaci disponibili presto”.

Pensa che un lockdown potrebbe portare danni a livello di salute generale anche per i pazienti non Covid?
C’è stato un momento, tra inizio marzo e fine aprile, in cui negli ospedali italiani, e in particolare in quelli lombardi, si è trattato solo il Covid. I malati oncologici, per esempio, hanno rinviato interventi chirurgici programmati. Rischiamo di perdere molti pazienti, che devono rinunciare alle proprie cure. Io sono contrario a misure drastiche tranne in due casi: quando la epidemia è arrivata ad un livello in cui si saturano le possibilità di ricovero in ospedale, per esempio tutte le terapie intensive vengono saturate per il Covid. E allora è necessario un freno, come il lockdown. La seconda possibilità è che io voglia rallentare l’epidemia perché all’orizzonte vedo il vaccino: se basta aspettare un mese, allora si può fare. Ma in questo momento non vedo nessuna di queste due condizioni, la prima sicuramente non la vedo, non in Lombardia, quanto meno. Sotto questo aspetto il recente Dpcm è abbastanza equilibrato”.

Dal punto di vista medico-scientifico, è favorevole alle scuole aperte?
“Pur avendo avuto una iniziale diffidenza nei confronti di quanto diceva la ministra Azzolina, la scuola è stata organizzata bene, è stato fatto uno sforzo per distanziare i ragazzi, e il risultato si è visto: i casi di infezione scolastica sono ridotti. Il rischio è prima e dopo. Si è pensato a riaprire le scuole e non si è pensato ai trasporti pubblici. E’ lì il rischio. Io considero che la situazione scolastica è stata gestita abbastanza bene. Si sarebbero potuti utilizzare i pullman turistici. Le scuole devono restare aperte. Chiudere la scuola vuol dire che per due anni i nostri giovani non hanno istruzione, non hanno una formazione. Il Paese intero regredisce”.

Se lei avesse un figlio in età scolare lo manderebbe tranquillamente a scuola?
“Certamente sì, con tutte le cautele del caso: mascherina, igienizzazione delle mani e, soprattutto, distanziamento. La mascherina genera un distanziamento artificiale. In generale, è sempre bene mantenere anche un metro e mezzo due di distanza. Se io sto lontano non mi infetto”.

fonte gazzetta.it – foto web

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