A un mese dal crollo: lo scempio di ponte Morandi e la reazione di Genova

Ponte Morandi

Genova – «Chiamate l’ambulanza, chiamate l’ambulanza». C’è il silenzio, c’è una gelida eco che accompagna le invocazioni di aiuto e le rende ancora più angoscianti. In lontananza il suono d’una sirena, il primo mezzo dei soccorsi in arrivo. Quando accade un disastro immane come il crollo del ponte Morandi sono i suoni dell’immediatamente dopo a raccontare la dimensione di quel che è accaduto.È stata una tragedia. Alle 11.36 del 14 agosto cede una campata del viadotto sul torrente Polcevera, il ponte si spezza, auto e camion precipitano giù. Alla fine, in un crescendo lugubre che dura diversi giorni, le vittime saranno 43.Il crollo di oltre 200 metri ha ucciso molti conducenti dei mezzi in transito e travolto gli operatori dell’Amiu, l’azienda comunale della nettezza urbana, che stavano lavorando in un’isola ecologica. C’è un boato, un clangore di lamiere che precipitano e si mescolano ai detriti per schiantarsi sul torrente. Poi il silenzio, le telefonate al 112 di chi ha assistito alla sciagura. C’è la prima testimonianza filmata, accompagnata da un’altra invocazione: «Oh mio Dio!». La lancia il tecnico informatico Davide Di Giorgio, che era alla finestra per filmare il diluvio e invece ha fissato sulla memoria del suo telefonino il momento esatto della sciagura.Basko , che rimarrà lassù, appena qualche metro prima della grande frattura oltre la quale il viadotto non c’è più. L’orrore negli occhi dell’autista Luigi Fiorillo: «La macchina che avevo davanti è sparita, sembrava inghiottita dalle nuvole. Ho alzato gli occhi, ho visto il pilone del ponte cadere giù. Ho inchiodato quasi bloccando le ruote». Poi c’è quell’altro urlo, «chiamate l’ambulanza», lanciato dai ragazzini coraggiosi che hanno scavalcato le recinzioni per avvicinarsi all’area della tragedia e portare aiuto.È un appello disperato. È la colonna sonora, afferrata dal microfono d’un cellulare, che permetterà a tutti di capire che cosa accade dalle 11.37, dal minuto successivo al crollo. Sta anche in questi giovanissimi lo spirito vero d’una città: non ci si tira indietro, da subito. Si butta il cuore oltre l’ostacolo e si va a dare una mano. Non si è mai arreso nessuno, a Genova. Nelle alluvioni, dopo il crollo della Torre Piloti in porto, nei momenti più difficili. LA CITTÀ INTERROTTA.  Il ponte Morandi è crollato. La città è spezzata. Il peggiore incubo si è realizzato. Se qualcuno dice d’aver percorso in passato il viadotto in totale serenità, mente. Tutti abbiamo un piccolo tuffo al cuore, guardando quei tiranti, sentendo la carreggiata tremolante, osservando i lavori infiniti. Nove anni prima il Secolo XIX aveva raccontato che il grande gigante malato aveva necessità di mille interventi di emergenza all’anno, tre al giorno. E poi c’erano stati molti altri lavori, negli anni. Ma l’allarme sulla stabilità del viadotto era stato lanciato ancora prima.Si scoprirà che in quattro e quattr’otto, prima dell’estate, erano stati appaltati lavori proprio per rinforzare i tiranti, a tempo di record rispetto alla tradizionale palude della burocrazia italiana. Per la data di partenza, tuttavia, si era optato per la fine dell’estate.Genova, in pochi minuti, è diventata una città interrotta. Il ponte era un collegamento ma anche un simbolo, con quella sua forma originale, che teneva la città tutta insieme. Qualcuno potrebbe pensare, in quelle ore tragiche, che arrivare nel capoluogo ligure sia impossibile. Invece, al di fuori della zona rossa, non c’è nessuno. Come se lo choc collettivo tenesse tutti in casa. Come se chi doveva partire avesse rinunciato, per paura, disorientamento, rispetto per le vittime.Il giorno dopo è Ferragosto e la giornata festiva avvolge Genova come in un limbo. La reazione, però, è immediata, primo tassello di questa storia che riassume il primo mese dalla tragedia.C’è da pensare agli sfollati. Bisogna evacuare le case di chi sta sotto il moncone rimasto appeso nel vuoto, che scricchiola in maniera sinistra, vera spada di Damocle su un quartiere intero. Se ne vanno gli abitanti di via Porro, la strada sotto quel che rimane del ponte crollato: «Siamo fuggiti con poche cose, temiamo di non tornare più», raccontano, mentre si radunano al Centro civico di Sampierdarena.Il “rione dei ferrovieri”, così chiamato perché fu costruito nei primi del Novecento per i lavoratori delle Ferrovie, rischia di avere i giorni contati. La macchina delle istituzioni prende la situazione di petto e in un mese sono cento le nuove case pubbliche assegnate. Rimane da risolvere il problema di chi vuole tornare nelle abitazioni per recuperare i ricordi d’una vita. «C’è la laurea di mio figlio appesa al muro», rivela una madre.Una frase che diventa simbolo delle vite depredate dal crollo. L’installazione d’un sensore per vigilare sulla stabilità della parte non crollata può essere decisiva.Nel frattempo è una grande area sempre in Valpolcevera a diventare l’ultimo “cimitero” del ponte collassato. Lì vengono portati tutti i detriti e tutti i mezzi recuperati dopo lo scempio. Ognuno racconta una storia. Una strana, circolare coincidenza, raduna lì tutti i resti e i reperti, proprio dove doveva essere allestito il cantiere per costruire la Gronda, il grande passante alternativo la cui storia si è sempre intrecciata con quella del Morandi. I GIORNI DEL DOLORE .Il bilancio delle vittime tocca quota 43. Sono i giorni dell’addio. Sono i giorni della disperazione, ma anche del rancore. Tesissimi i funerali dei quattro ragazzi di Torre del Greco, vicino a Napoli. Simona, parente d’una delle vittime, legge dall’altare una lettera di addio. Un atto d’accusa: «I ragazzi sono vittime dello Stato assente, che ha come obiettivo quello di arricchirsi». Il cardinale Crescenzio Sepe nell’omelia dice: «Restano testimonianza viva della violenza consumata non dal destino, ma dalla mano dell’uomo, che si sostituisce a Dio per i propri interessi e diventa mano violenta, che porta morte». Tante esequie separate, perché non tutti accettano i funerali di Stato alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Molte famiglie li rifiutano, preferiscono stare vicine alle loro comunità. Alla fine saranno in 17 a scegliere le esequie in forma privata.Il 18 è la giornata del lutto nazionale per le vittime del crollo del ponte Morandi. C’è un lungo, appassionato applauso per la delegazione dei vigili del fuoco all’ingresso nel padiglione blu della Fiera di Genova, dove l’arcivescovo Angelo Bagnasco celebra i funerali solenni: «Sappiamo che qualunque parola umana, seppure sincera, è poca cosa di fronte al dramma, così come ogni doverosa giustizia nulla può cancellare e restituire». Applausi per Mattarella: «Una tragedia inaccettabile», è la sua frase.Il Capo dello Stato abbraccia i parenti delle vittime prima dell’inizio della cerimonia. Applausi all’arrivo dei rappresentanti del governo: Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Danilo Toninelli, e del governatore della Liguria Giovanni Toti. Qualche fischio nei confronti di alcuni esponenti del Pd . Tutta la città si ferma, in migliaia vogliono partecipare.. L’AFFANNO NELLE STRADE . Genova cerca di liberarsi dalla morsa d’una viabilità che la mancanza del viadotto ha inchiodato alla sua insufficienza. Per lunghi giorni la situazione all’uscita autostradale Aeroporto rimane difficoltosa, con code lunghissime, mentre va in scena un balletto poco concludente sulle tariffe autostradali, dopo la promessa della gratuità dei pedaggi sulle tratte coinvolte dalle deviazioni.La città cerca di aprire nuove comunicazioni, con la strada che scorre all’interno dell’Ilva e che dovrebbe nelle intenzioni dare un’alternativa al traffico diretto al porto o da lì proveniente. Aumentano i bus, le corse della metro e i treni. Si tenta di strappare la Valpolcevera all’isolamento che vede la sola autostrada A7 come collegamento al resto dell’area metropolitana.Arrivare in città continua a essere difficile. Non aiutano i grandi tabelloni sull’autostrada: indicano ufficialmente il lungo giro che passa da Tortona, Novi Ligure e ridiscende verso la Lanterna sull’A7.L’INCHIESTA E GLI AVVISI.Il lavoro della Procura fa uno scatto. Arrivano i primi indagati: venti. Ci sono vertici e tecnici di Autostrade per l’Italia, la stessa società, dirigenti del ministero delle Infrastrutture. Le accuse sono omicidio colposo plurimo, l’omicidio stradale e il disastro colposo. Sapevano del rischio, accusano i magistrati, non sono intervenuti per evitare il disastro e le manutenzioni erano carenti.Ora si riparte. Genova vuole il suo riscatto. Dalle ore immediatamente successive alla tragedia ha pianto, si è indignata; ma ha reagito, non si è fatta travolgere dallo choc, ha pensato ai morti, al dolore di chi è rimasto, di chi ha perso casa, ha tentato di riorganizzarsi, di ripartire.Rivuole presto un ponte, un ponte sicuro, rivuole anche quel simbolo, quella spina dorsale che la teneva in piedi. Sarà, magari, il nuovo viadotto di acciaio e di luce disegnato da Renzo Piano, costruito da un’eccellenza di casa come Fincantieri, pronto nell’autunno del prossimo anno. Un ponte e un simbolo, com’era prima, ma che non tradisca più nessuno.

Fonte ilsecoloxix.it foto web

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